Simpatia per il diavolo Berlusconi

Sta a vedere che non riusciamo più ad arginare la ricorrente ‘simpatia per il diavolo’. Nel caso specifico il diavolo più diavolo di tutti, un diavolone che è il più demònio dei dèmoni, ancor più ‘Il Demònio’ stesso, Belfagor, Belzebù e Satana al contempo, che al confronto il demonìaco Giulio Andreotti era un quasi inoffensivo diavoletto. Ma sì, proprio lui, Silvio Berlusconi. Che causa operazione al cuore e necessaria quanto ben gestita assenza fa sin sorgere rimpianti bertolucciani. «Assenza, più acuta presenza». E se la nostalgia torna ad essere quella di un tempo, e se «Vago pensier di te, vaghi ricordi turbano l’ora calma e il dolce sole. Dolente il petto, ti porta come una pietra leggera» il trionfo dell’’impresentabile’ potrebbe finalmente avverarsi nel momento più inatteso. E’ il risultato risospingente della confusione politica e della disperazione reale che coglie e attanaglia molti in mezzo a quanto sta avvenendo. Tornare ad amare il ‘vecchio’ Berlusconi, e addirittura simpatizzare per l’indomito combattente anche da parte di chi è sempre stato in grado di vederlo nella sua vera dimensione e nella tragica capacità di corruzione a lungo termine. E non solo e tanto quella politica ed economica.

A cosa siamo ridotti, signora mia… Visto che, via Movimento Cinque Stelle e neo Sindaco di Roma, Virginia Raggi, si ‘riabilita’ persino quell’altro ‘diavolone’ di Manlio Cerroni, ottantanove anni abbondantemente compiuti e padrone della più grande discarica europea, quella di Malagrotta. Soprannominato ‘Il Supremo’, un veloce e recente passaggio agli arresti domiciliari (con lieve condanna finale). Il nuovo Assessore comunale all’Ambiente, Paola Muraro, ha prescritto di trattare i rifiuti capitolini a Rocca Cencia. Sempre Cerroni, seppur via affitto ad un terzo. Visto che i radicali, o i Radicali a scelta, si stanno a disputare senza pudore (anche se qualcuno almeno prova a mettercelo) le spoglie ideali e pratiche di Marco Pannella. Visto che la rivoluzione di Matteo Renzi si è già dimostrata per quel che è, una quinta di cartapesta. E visto che la sinistra è morta, il centro è morto e anche tutti gli altri non si sentono tanto bene. Così si ritorna al solito, ben conosciuto diavolone di Arcore. Che sta per compiere ottanta anni (il 29 settembre 2016), e in questo caso l’antica battuta dei ‘suoi primi ottanta anni’ per l’imprenditoreimpresario rischia di rappresentare non solo una battuta.

Sympathy for the Devil’ era, è, il celebre pezzo dei ‘The Rolling Stones’ di Mick Jagger, il cui protagonista è l’’affabile gentiluomo’ bulgakoviano. Tema ricorrente, abbiamo già toccato con diverso taglio l’argomento in ‘Il diavolo, probabilmente’ su ‘L’Indro’ ne ‘il Contrappunto’ del 2 maggio 2016. Ora, se così stanno le cose, siamo addirittura alle viste di una sorta di ‘amnistia generale’ della memoria. Morale, sentimentale, politica. Forse anche, in caso di necessità, giudiziaria. Tranquilli, tutto è perdonato. Renato Betulla Farina e il suo tradimento di amici e nemici. Angelino Alfano dovrà sì stare per tre giorni e tre notti nel prossimo gelido inverno inginocchiato dinnanzi al portale chiuso della sua Arcore-Canossa, ricoperto dal saio, i piedi scalzi, il capo cosparso di cenere. Però già sicuro che Silvio-Gregorio lo riaccoglierà sgozzando il vitello grasso. Matteo Salvini deve forse cominciare a preoccuparsi di questo, ma intanto anche lui potrà essere perdonato da africani, migranti, islamici e disgraziati vari che ne concepiranno un profondo, masochistico, affetto. Del resto mica è razzista, come si era soliti dire in certi ambienti meneghini «Rasista a mi? Ma se l’è lü che l’è negher». E per quel che lo riguarda perdonerà Umberto Bossi, e quello i terroni, e i terroni… Di questo passo, e nell’imminenza del ritorno alla domenica pomeriggio Rai di Pippo Baudo, non ci limiteremo ad attendere il reinsediamento alla guida del Governo di Ciriaco De Mita, evento prossimamente inevitabile, ma potremo già ricominciare a guardare verso Andreotti e Bettino Craxi, che opportunamente riesumati, formalinizzati e dignitosamente rivestiti possono ancora ben guidare il Paese. Quanto a Benito Mussolini, forse pure per lui è venuto il momento di uscire dalla cripta di Predappio. Tanto, ormai…

 

Juma il giaguaro: animali e uomini in gabbia

«Alcuni militari brasiliani hanno dovuto abbattere un giaguaro, fuggito dopo essere stato esibito al passaggio della torcia olimpica a Manaus, capitale dello Stato delle Amazonas. «Durante il passaggio da una gabbia all’altra nello zoo dell’Esercito, il giaguaro è scappato. E’ stato inseguito e gli sono stati sparati tranquillanti con una saracena, ma malgrado quattro dosi, si è precipitato su un veterinario e l’abbiamo dovuto sacrificare», ha spiegato il colonnello Luiz Gustavo Evelyn del Centro d’istruzione di guerra nella giungla (Gigs) di Manaus. Il giaguaro, considerato il simbolo dell’Amazzonia, è il più grande felino delle Americhe in via d’estinzione. Quello scelto per accompagnare il passaggio della torcia olimpica si chiamava Juma, e viveva in cattività con altri animali salvati dalle mani dei bracconieri». Così si legge su ‘La Repubblica del 21 giugno 2016

Questa volta è Juma, splendido giaguaro, che ci prova a sottarsi alla prigionia e, come farebbe qualunque carcerato che soffra l’ingiustizia di una carcerazione senza colpa, approfitta di un insopportabile spostamento da una gabbia all’altra per cercare la libertà: niente da fare. Inseguito e chissà quanto terrorizzato, dicono si sia ‘precipitato’ su un veterinario, ragion per cui  ‘lo abbiamo dovuto sacrificare’. Eccoci di nuovo: questa volta siamo a Manaus, Brasile,  ed è tempo di Olimpiadi; veniamo  a sapere che qui l’Esercito ha un suo zoo, dove animali, nati liberi per essere liberi, vengono tenuti prigionieri e mai lasciati in pace, perché sono esibiti nelle manifestazioni pubbliche, al passaggio di torce olimpiche, quindi  alla presenza di folle di umani con i quali non possono avere nulla da spartire, se non un insopprimibile desiderio di andarsene lontano. E il veterinario che ci faceva lì? Lui, che gli animali li dovrebbe conoscere, magari qualche dritta sul fatto che proprio non era il posto giusto per portarci  ‘il più grande felino delle Americhe in via di estinzione‘ avrebbe potuto darla.

Posto d’onore anche ai giornalisti a cui dobbiamo la cronaca, grandi sostenitori del sistema, alieni da qualsivoglia  atteggiamento critico: nelle loro parole, tese a connotare l’episodio con un buonismo schierato e fuori luogo, l’uccisione,  pardòn: l’abbattimento (fondamentale marcare anche con il linguaggio la separazione umano-animale: i primi vengono uccisi o assassinati, i secondi abbattuti) l’abbattimento, si diceva, dell’animale, diviene ‘sacrificio‘, pur se proprio nulla di sacro si intravede   in questo contesto pagano, inquinato da  egocentrismo, ignoranza, prepotenza. Giusto per prudenza, infilano tra le righe una buona spiegazione che suona come una giustificazione preventiva, tanto per anticipare le reazioni dei soliti scalmanati sempre pronti a prendere le difese degli animali contro questi santi uomini: la cattività, si legge, è il modo per ‘salvare‘ gli animali dalle mani dei bracconieri. Una volta ‘salvati‘, quindi, vengono  imprigionati, esibiti, spostati in contesti che li atterriscono, e a volte uccisi quando non c’è proprio modo di convincerli ad avere un po’ più di rispetto per gli umani. Devono proprio essere dei predatori nati questi giaguari!

Arriva la chirurgia virtuale VR: aiuterà pazienti e studenti

Le industrie dei media cinesi hanno utilizzato la trasmissione in diretta e la tecnologia della realtà virtuale per anni. Ora la comunità medica della Cina e i chirurghi cinesi stanno usando le piattaforme di trasmissione dal vivo VR per insegnare agli studenti e lasciare che i pazienti provino l’esperienza della medicina chirurgica.

Ad eseguire il primo intervento chirurgico VR in Cina è stato l’ospedale Zhongshan il 20 luglio. Le speciali telecamere e i sensori hanno trasmesso una complicata epatectomia (un’asportazione chirurgica totale o parziale del fegato) in tempo reale, mostrando esattamente come un gruppo di chirurghi ha eseguito l’operazione. Tre pazienti, che hanno anch’essi subito interventi chirurgici al fegato, hanno guardato in soggettiva l’operazione, mentre un gruppo di medici stagisti ha osservato e imparato. Gli occhiali VR hanno dato agli spettatori un reale punto di vista dell’operazione chirurgica: infatti creano un ambiente quasi reale che permette soprattutto ai pazienti di capire come funziona un’operazione chirurgica a cui si devono sottoporre, mitigando così i timori ad essa collegati. Ora l’ospedale affiliato alla Fudan University ha in programma di utilizzare la tecnologia VR per dare ai pazienti e alle loro famiglie una più chiara comprensione delle operazioni che li aspettano. Così i medici non dovranno più utilizzare carta e penna per disegnare le procedure, come è sempre stato convenzionalmente fatto, ma potranno mostrare realmente quello che accadrà una volta entrati nella sala operatoria. L’ospedale spera così che questa nuova tecnologia possa contribuire a rafforzare la fiducia e la comprensione tra i pazienti e i medici.

Anche in California, proprio in questi giorni, gli studenti di medicina saranno in grado di guardare un intervento chirurgico di ernia dal vivo grazie alla realtà virtuale a 360 gradi (VR). L’intervento sarà trasmesso da GIBLIB, una piattaforma online per i medici e studenti di medicina per condividere i video delle lezioni e degli interventi chirurgici.

 

 

(video tratto dal canale YouTube di CCTV News)

 

Obama: Hillary è il Presidente che ci serve

Il discorso più atteso alla convention democratica non poteva che essere quello dell’attuale Presidente in carica: Barack Obama. Lui che nel 2008 sconfisse inaspettatamente Hillary Clinton alle primarie. Lui che oggi si trova investito del potere di conferire la consacrazione fondamentale, quella capace di spostare milioni di voti.
Obama si presenta a Philadelphia con un solo scopo: dare tutto l’appoggio possibile a Hillary Clinton. Senza se e senza ma: «È lei la persona adatta, l’ho vista lavorare al mio fianco, nessuno oggi è preparato quanto lei per guidare questo Paese. Hillary è una che vi difenderà, è una che non molla mai».

L’inquilino della Casa Bianca è approdato alla convention con l’ennesimo caso anomalo a gravare sulle sue spalle, ormai appesantite da due mandati alla presidenza. Ieri, infatti, è rimbalzato in ogni angolo del globo l’invito rivolto da Trump alla Russia di trovare le 30.000 mail della Clinton, quelle che non sono state divulgate al pubblico nell’ambito dell’inchiesta sull’uso improprio che la candidata democratica fece del suo indirizzo privato quando era segretario di Stato. Un caso senza precedenti che vede un candidato alla presidenza degli Stati Uniti chiedere apertamente aiuto agli 007 russi per ostacolare il cammino del proprio avversario. Un caso destinato a fare storia e riattizzare le preoccupazioni della deriva firmata Trump che l’America prenderebbe qualora il magnate newyorchese si trovasse ad essere il successore di Obama a novembre. Ed è lo stesso Obama ad ammettere che «tutto è possibile alle urne», rimarcando la sua preoccupazione e forse ammettendo per la prima volta a se stesso e al partito che Trump è una minaccia reale.

Urge, dunque, cambiare le prospettive: «L’America che io conosco è piena di coraggio, ottimismo, inventiva. L’America che io conosco è onesta e generosa. Certo, abbiamo le nostre preoccupazioni quotidiane, siamo frustrati dalla paralisi politica, spaventati dalle divisioni razziali, sconvolti e angosciati dalle follie di Orlando o di Nizza. Ci sono sacche del nostro Paese che non si sono riprese dalle chiusure di fabbriche; uomini che un tempo erano orgogliosi del loro duro lavoro con cui mantenevano le famiglie, e ora si sentono dimenticati. Genitori che si chiedono se i loro figli avranno le stesse opportunità che abbiamo avuto noi. Tutto questo è vero. La sfida è fare meglio; essere migliori. Ma attraversando il Paese, visitando tutti i 50 Stati, io ho visto anche quello che è giusto in America. Vedo quelli che lavorano duramente e creano nuove imprese; quelli che insegnano ai figli lo spirito di servizio per il Paese. Vedo una nuova generazione piena di energie e di idee nuove, che non si lascia condizionare dall’esistente, che è pronta a cogliere l’opportunità di un futuro migliore», dice il Presidente. Lo sforzo è chiaro: se Trump e i suoi nel corso della convention di Cleveland hanno voluto presentare un’America distopica, nel caos più totale, allo sbando e dilaniata da ogni genere di conflitto interno, Barack Obama sceglie la strada diametralmente opposta, e pone sotto un vero e proprio fascio di luce tutto quel che di positivo scorge nel suo Paese.

 

Fisiologico, dunque, l’endorsement a Hillary Clinton, lei che ha corso un pezzo di storia insieme al Presidente. «Sapete, non c’è nulla che ti prepari veramente per le sfide dello Studio Ovale. Finché non ti sei seduto dietro quella scrivania, non sai cosa significa affrontare una crisi globale o mandare dei giovani a combattere al fronte. Ma Hillary in quella stanza c’è stata, ha preso parte a quelle decisioni. Sa qual è la posta in gioco delle decisioni di Governo per le famiglie dei lavoratori, i pensionati, i piccoli imprenditori, i soldati, i reduci», dice Obama. E continua: «Anche nel mezzo di una crisi lei ascolta le persone, mantiene il sangue freddo, tratta tutti con rispetto. E per quanto sia alto il rischio di fallire, per quanto altri possano cercare di sconfiggerla, lei non molla mai. Questa è la Hillary che io conosco. È la Hillary che ho finito per ammirare. Ecco perché io posso dire con fiducia che non c’è mai stato un uomo o una donna così preparati quanto lei a fare il Presidente degli Stati Uniti».

E quello che molti già definiscono il discorso di Obama più bello di sempre, trova vivace e speranzosa accoglienza anche sui social, in primis da parte della first lady Michelle Obama:

L’endorsement di Obama potrebbe pesare come un macigno sull’ago della bilancia di queste elezioni anomale. Certo, Obama opera una scelta che non può non odorare di egoismo. Con la Clinton alla Casa Bianca, la sua eredità -o parte di essa- sarebbe salva. L’ex Segretario di Stato probabilmente si collocherebbe lungo una scia di ripresa e miglioramento delle riforme volute dal Presidente, in primis Obamacare. Il 44esimo Presidente non dovrebbe assistere da lontano al lento smantellamento di tutti i suoi sforzi, come del resto lui stesso ha fatto con quelli di George W. Bush appena insediato alla Casa Bianca.

E non v’è dubbio che una possibile presidenza Trump desti non poche perplessità in ogni parte del mondo, figurarsi proprio tra le mura di 1600 Pennsylvania Avenue. E la tensione è palpabile se si pensa che ieri sera il Presidente ha accostato nella stessa condanna «fascisti, jihadisti e demagoghi nostrani».
Obama guarda con preoccupazione a novembre, alla segretezza e agli sconvolgimenti dell’urna elettorale, e sceglie l’unica via percorribile: battersi per il candidato che, ad oggi, non rappresenta una concreta minaccia alla democrazia.

 

Gmg, Papa Francesco: ‘Mondo in guerra, ma non di religione’

Inizia oggi la seconda Giornata Mondiale della Gioventù di Papa Francesco, che quest’anno di svolge nella terra che fu di Papa Wojityla, la Polonia. Un viaggio in cui, accanto al carattere pastorale, spiccano diversi temi a sfondo politico che riguardano la Polonia nel suo insieme e in particolare la Chiesa polacca. Non è un mistero che all’interno dell’episcopato e del clero polacco vi siano obiezioni e resistenze più o meno manifeste rispetto al messaggio e allo stile di Papa Bergoglio. Gli inviti del pontefice all’accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, infatti, sono stati accolti con freddezza dalle gerarchie ecclesiastiche nazionali, in gran parte schierate – più o meno apertamente – sulle posizioni del governo guidato da Beata Szidlo, che ha manifestato aperto dissenso verso le politiche migratorie dell’Unione europea.

Già lo scorso maggio il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, aveva ammesso l’esistenza di queste difficoltà. Per questo assume un’importanza particolare l’incontro del Papa con i vescovi della Polonia in programma oggi. Incontro a porte chiuse, nella forma del dialogo. La Chiesa polacca vive in modo particolare la memoria di Giovanni Paolo II, che dopo il terribile attentato dell’11 settembre 2001 espresse un rigetto assoluto dello scontro di civiltà e l’amicizia verso i musulmani, concetti ribaditi oggi dal suo attuale successore. Il mondo è in guerra, ma non si tratta di una guerra di religione: così Bergoglio sul volo da Roma a Cracovia. Aperture che tuttavia si scontrano con il chiaro atteggiamento di chiusura del Paese, sempre più arroccato su un nazionalismo intransigente malgrado le sue profonde radici cristiane.

Dopo il saluto del presidente polacco della Repubblica al palazzo del Wawel, il Papa ha rivolto il suo discorso alla Polonia per promuovere il suo messaggio di pace e accoglienza: «Occorre individuare le cause dell’emigrazione dalla Polonia, facilitando quanti vogliono ritornare. Al tempo stesso, occorre la disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame; la solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede». Sempre nella giornata di oggi, la Polonia ha subito un nuovo richiamo da parte delle istituzioni europee, ormai convinte che «lo Stato di diritto è minacciato» dall’operato del governo. Questo, in sintesi, il nuovo avvertimento lanciato dalla Commissione europea all’esecutivo di Varsavia, a cui Bruxelles raccomanda di intraprendere una serie di azioni per rispondere alle preoccupazioni europee. Un annuncio che rappresenta un ulteriore passo verso la possibile adozione di sanzioni.

«La Brexit, è una decisione del popolo britannico che rispettiamo e che richiede da parte di tutti molto buon senso, tempi chiari e la certezza di un percorso». Lo ha detto il premier italiano, Matteo Renzi, durante l’incontro con il neo primo ministro britannico Theresa May che dal canto suo ha assicurato: «Continueremo a essere parte dell’Europa». Il presidente del Consiglio ha fatto sapere di aver concordato con May di lavorare insieme sul Migration Compact. Intanto l’ex ministro degli Esteri francese Michel Barnier è stato nominato oggi negoziatore capo della Commissione europea per trattare l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Lo ha annunciato attraverso una nota il presidente dell’organismo, Jean-Claude Juncker. Barnier, in passato anche vicepresidente della Commissione Ue, dovrà gestire i negoziati sulla base dell’articolo 50 del Trattato dell’Unione. Di oggi poi la notizia che la Commissione Ue ha deciso di non multare Spagna e Portogallo per non aver ridotto il loro deficit e quindi violato le regole del Patto di stabilità. Lo hanno annunciato i commissari Moscovici e Dombrovskis, secondo i quali la decisione è stata presa tenendo conto delle difficoltà economiche e degli sforzi fatti finora dai due Paesi.

C’è guerra e guerra

Siamo davvero sempre più immersi nella «Guerra Mondiale a pezzi» di cui parla, ricorrentemente e maieuticamente, Francesco (il Papa, Jorge Mario Bergoglio), a partire da quel 18 agosto 2014 in cui per la prima volta ‘sdoganò’ il concetto. Aggiungendo, a più riprese, che «si combatte a pezzetti, a capitoli». Il quadro è quello di guerre locali (ma neanche tanto), azioni terroristiche, sequestri di persona, persecuzioni per motivi etnici o religiosi, prevaricazioni di ogni genere. Eventi che «hanno segnato dall’inizio alla fine» il 2015 al quale si riferiva con queste parole per la ‘Giornata mondiale della pace’ del I° gennaio 2016, «moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una ‘Terza Guerra mondiale a pezzi». Al contempo ci sono fatti e segni che spingono «a non perdere la speranza nella capacità dell’uomo» di superare il male e «non abbandonarsi alla rassegnazione e all’indifferenza». Insomma una continua, preziosa e necessaria, pedagogia di massa. Riuscendo persino ad evitarne la banalizzazione nella ripetizione.

Ora, dopo l’assalto omicida di Rouen, Monsignor Olivier Ribadeau Dumas, Segretario generale della Conferenza episcopale francese, ripercorre la stessa via dicendo che «Non possiamo sottometterci all’odio e alla violenza. Non rappresentano una soluzione. La via d’uscita sarebbe la furia, la vendetta, ma tutto questo ci può schiacciare». Sanamente, e nella fattispecie anche un po’ santamente, sostenendo una strada totalmente diversa da quella legge del taglione che molti vagheggiano. Come fa anche Andrea Riccardi, che ne scrive su ‘Avvenire’, quotidiano cattolico italiano, in ‘La messa non è finita’. «La Chiesa non scende in campo con i populisti contro l’islam. Ieri l’hanno colpita quanti sono imbevuti nell’odio della guerra santa, per trascinarla nello scontro e farla uscire dal suo atteggiamento sapiente e materno». Ed ancora è una «Chiesa che, con il suo tessuto umano, favorisce l’incontro, penetra in ambienti difficili, aiuta chi sta male: vivere insieme con l’altro in pace. La Chiesa è uno spazio del gratuito e dell’umano in una società competitiva dove tutto ha un prezzo. Soprattutto uno spazio aperto». Concludendo: «La porta aperta delle nostre chiese – quella attraverso cui sono entrati gli assassini di padre Hamel – contrasta con il moltiplicarsi di chiusure, di cancelli, di muri, frutto della paura. Lì, in chiesa, entrano tutti: i poveri, i bisognosi, i cercatori di senso, chi domanda una parola o un gesto di amicizia. In quella chiesa, come in molte altre in Francia e in Europa, è nascosto il segreto di un mondo che non crede ai muri e non cede alla violenza. È una parte del continente che, forse, dà più  fastidio ai violenti. Una parte dall’apparenza debole (come il vecchio prete), ma molto forte».

Usa-Gran Bretagna: alleanza in declino?

Negli ultimi tempi è andata consolidandosi la tendenza a trascurare il fatto che la parabola ascendente degli Usa sullo scenario internazionale, risalente alle guerre ispano-americane (1898), venne realizzata a discapito della Gran Bretagna, la cui fase decadente inaugurata con la gravissima crisi economica del 1873 aveva subito un’ulteriore accelerata con il dissanguamento causato dalla Prima Guerra Mondiale, da quelli che per secoli erano stati i suoi esclusivi spazi economici. L’apertura delle Sterling Balances (’conti in sterline’), imposta dagli Stati Uniti nonostante la forte contrarietà di Winston Churchill, fece in modo che gli avanzi nei confronti della Gran Bretagna accumulati nei conti denominati in sterline da parte dei Paesi del Dominion, come il Canada, l’Australia ed il Sud Africa, venissero convertiti in dollari e utilizzati per acquistare dagli Usa. Il che determinò l’allentamento dei legami imperiali l’aggravio della situazione finanziaria britannica. Secondo Keynes, Londra aveva davanti a sé tre alternative: rinchiudersi in un periodo di isolazionismo, con l’applicazione di controlli al commercio e di una pianificazione di stampo sovietico supportata da drastiche politiche di austerità nel caso in cui Washington avesse rifiutato di assistere finanziariamente la Gran Bretagna. Avrebbe potuto cedere alla tentazione di chiedere agli Stati Uniti un prestito condizionato alla accettazione del nuovo ordine di Bretton Woods. Avrebbe infine potuto puntare ad una più equa ripartizione dei costi della guerra tra gli alleati, che prevedeva, in aggiunta a un prestito di 5 miliardi di dollari, una sostanziosa sovvenzione statunitense alla Gran Bretagna (pari a circa 3 miliardi) per coprire le spese di guerra sostenute da Londra negli anni precedenti all’entrata in vigore dell’accordo Lend­ and Lease – l’accordo del marzo 1941 tramite il quale gli Usa accettarono di fornire sostegno finanziario alla Gran Bretagna e agli altri Stati alleati durante la Seconda Guerra Mondiale – e un programma di progressiva dismissione dell’area della sterlina.

In cambio, Londra avrebbe offerto l’immediata convertibilità delle vendite commerciali realizzate dall’area, e un’adesione piena, da subito, al nuovo ordine multilaterale di Bretton Woods. Di fronte al secco rifiuto opposto da Washington alle richieste britanniche e vista la renitenza di Londra ad imboccare la via dell’isolazionismo, il Ministero del Tesoro propose di dichiarare il default riguardo il rimborso delle somme addebitate nell’am­bito del’accordo Lend and Lease, ma il governo bocciò l’istanza temendo possibili ritorsioni statunitensi. Il che approfondì notevolmente la crisi economica britannica al punto da costringere il governo laburista di Londra ad annunciare, nel febbraio del 1947, l’impossibi­lità di fornire aiuti alla Grecia ed alla Turchia e, di conseguenza, ad esortare gli Usa a compensare questa inadempienza. Gli Stati Uniti accolsero con grande favore la richiesta, ma decisero anche di cancellare con un tratto di penna i debiti di guerra contratti da Italia, Germania e Francia obbligando allo stesso tempo la Gran Bretagna ad attrezzarsi per provvedere al rimborso. Schiacciata sotto la pressione del debito, la bilancia dei pagamenti britannica entrò in una crisi profonda, spingendo Londra ad abbandonare la convertibilità internazionale della sterlina, che si ritrovò così sullo stesso livello delle valute circolanti nei Paesi sconfitti. Il che, unitamente alla perdita di fonti di introito come il mancato rinnovo delle concessioni in Arabia Saudita, pose fine al ruolo di partner minoritario del dollaro di cui era titolare la sterlina vincolando l’intera architettura finanziaria internazionale alla disponibilità statunitense a fornire prestiti e liquidità di cui necessitavano gli Stati europei per approvvigionarsi di petrolio e derrate alimentari. L’unico aspetto a rimanere in vigore tra quelli fissati a Bretton Woods nel 1944  fu quindi la rigidità del cambio tra dollaro e oro e tra il dollaro e le monete utilizzate nei Paesi partecipanti.

Sulla scia di sangue in Yemen

Yemen, 18 luglio 2016. Due autobomba colpiscono due posti di blocco presso la città di Mukalla, sorvegliati dalle Forze Armate locali: il bilancio dell’attacco è di cinque militari yemeniti morti. La città di Mukalla, situata nella zona costiera meridionale del Paese, è stata sede di altre tristi vicende legate al terrorismo: lo scorso 27 giugno perdevano infatti la vita 43 persone in un attentato rivendicato dalle cellule di Daesh in Yemen.

Il sangue scorre dunque a Mukalla, città strappata recentemente dalle truppe governative alle milizie di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), le quali controllano ancora alcuni quartieri della città, mentre rischia di riaccendersi la miccia della guerra civile in Yemen. Gli sciiti della fazione Houthi sono in conflitto da più di un anno con le forze governative sunnite di Hadi, che forniscono il loro appoggio al presidente yemenita: in tale turbolento scenario, non mancano le alleanze con le potenze musulmane che caratterizzano l’immensa guerra islamica in corso. Nel caso dello Yemen, la fazione Huthi gode dell’aiuto di milizie sciite libanesi di Hezbollah e di aiuti eritrei, nonché viene accusata dai rivali di venire approvvigionata dal potente Iran: il coinvolgimento dello Stato persiano non è poi così scontato, in quanto, sebbene appartenenti all’ala sciita islamica, gli Huthi e gli Iraniani non condividono gli stessi interessi strategici. Gli Huthi, infatti cercano di creare un’egemonia sciita in Yemen (con interessi proiettati verso il Corno d’Africa), mentre l’Iran sembra maggiormente occupato nell’estendere la sua influenza nella regione mesopotamica e in Siria.

Non è un segreto, invece, l’appoggio politico e militare che l’Arabia Saudita garantisce al Governo di Hadi: lo Yemen, per i Sauditi, costituisce un partner commerciale stabile, nonché una zona strategicamente vitale per l’economia e la politica estera araba. Se lo Yemen dovesse diventare sciita, Riyad perderebbe il controllo indiretto di una zona di influenza importantissima, inoltre si ritroverebbe confinante con un potenziale alleato del rivale iraniano; per tale motivo, secondo i Sauditi, lo Yemen è e deve restare un Paese filo-Arabo e sunnita.

Il terzo attore di questa scenario, come accennato, è Al Qaeda, organizzazione jihadista di carattere internazionale fondata negli anni ‘80. Di confessione sunnita wahabita e salafita, i miliziani di Al Qaeda, presenti già da un decennio nel territorio yemenita, nel 2015 hanno approfittato del vuoto di potere causato dalla guerra civile e sono penetrati nella zona centrale del Paese, occupando anche lunghi tratti di costa, risorsa economica per l’intera penisola araba.

Anche l’autoproclamato Stato Islamico (Daesh), sebbene sia nato come organizzazione pseudo statale di livello regionale siriano e iracheno, possiede (o sponsorizza) alcuni gruppi di combattenti in Yemen: costoro, responsabili di numerosi attentati nel Paese, lottano per disarticolare e danneggiare le istituzioni locali, attraverso una serie di attacchi destabilizzanti contro le Forze governative e la popolazione civile. L’obiettivo di Daesh in Yemen, oltre al proselitismo e alla ricerca di risorse con le quali finanziare il Califfato, è proprio quello di rendere il Medio Oriente il più instabile possibile, al fine di creare una serie di piccoli emirati jihadisti tutelati e rinforzati dal Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Lo Yemen, Paese ricco di risorse, è situato in una zona strategicamente vitale per i commerci: situato a Sud-Ovest della penisola arabica, dallo Yemen è possibile controllare i traffici tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Nessuna sorpresa se la forze dello Stato Islamico colpiscano e tentino di prendere possesso del Paese approfittando di quel conflitto tra sunniti e sciiti che non trova una soluzione duratura.

Droga, il dibattito in aula finito ancora prima di iniziare

A settembre. Se va bene, si comincerà a discutere a settembre il progetto di legge Benedetto Della VedovaRoberto Giachetti con il quale si vuole legalizzare l’uso e la detenzione di derivati della canapa indiana. Come avevano annunciato, i ‘centristi’ del movimento di Angelino Alfano si sono messi di traverso; lo stesso Alfano (ministro dell’Interno) e della Salute Beatrice Lorenzin hanno alzato le barricate, ‘Libertà di spinello mai’, hanno detto in coro; il governo di Matteo Renzi è già oberato da una quantità di problemi, figuriamoci se intende complicarsi la già surriscaldata estate con la questione ‘canna’ sì, ‘canna’ no. Insomma: tutto in alto mare.

«Andremo comunque avanti, siamo tipi ostinati», promette Della Vedova. «C’è troppa gente in carcere che non dovrebbe esserci, a causa delle attuali leggi». Sia lui che Giachetti, prima di approdare il primo nel centro-destra, l’altro nel Partito Democratico, hanno alle spalle una lunga militanza radicale; e dal loro ‘maestro’ politico, Marco Pannella, hanno assimilato la caparbietà, la consapevolezza che la durata forma le cose.

Del resto quella per la legalizzazione delle ‘droghe leggere’ è iniziativa che Pannella comincia nel 1975, più di quarant’anni fa. E’ il 2 luglio. C’è grande animazione nel salone della sede del Partito Radicale al terzo piano di un  decaduto palazzo umbertino al centro di Roma; tanta gente, come nelle grandi occasioni. Pannella avverte tutte le autorità possibili, che intende infrangere pubblicamente la legge sulle sostanze stupefacenti. Qualche giorno prima la polizia, ‘obbedendo’ alla normativa dell’epoca, ha arrestato una decina di studenti che fumavano delle ‘canne’, passandosele l’uno all’altro. ‘Fumare’ non sarà bello, ma ancora meno finire in carcere per questo…

Pannella accende il suo ‘spinello’. Guarda interrogativo alla sua sinistra, dove una persona che gli sta accanto lo osserva perplesso; Pannella gli porge i polsi come a dirgli: «Mi arresta o no?». Si chiama Ennio Di Francesco, quella persona; è un commissario di polizia, responsabile dell’antidroga a Roma. Il giorno prima c’è stata una riunione dei grandi capi, al ministero dell’Interno: nessuno vuole sbucciare la patata bollente dell’arresto di Pannella. Così la affidano a lui: è pur sempre il capo dell’antidroga, problema suo. Pannella insiste: «Mi arresta o no?». Di Francesco scrolla il capo: «Che ne so, cosa ha fumato? Sequestro la sigaretta, la facciamo analizzare, e vediamo. Lei onorevole Pannella, mi segua in questura». Niente arresto, obiettivo comunque raggiunto. Effettivamente la ‘droga’ c’è.

Pannella finisce in carcere per una settimana, in attesa del processo per direttissima (dopo la prima udienza, immediata liberazione; non se ne farà più nulla, fino alla prescrizione). Il commissario nel pomeriggio manda a Pannella un telegramma: «Come poliziotto la dovevo arrestare, come uomo sono solidale con lei». I giornali sparano: ‘Il commissario che arresta Pannella, solidale con lui’. Il giorno dopo il commissario ovviamente viene rimosso.

Regno Unito, società immobiliari cercano investitori cinesi

Ritornano gli investitori cinesi sul mercato immobiliare britannico: è uno dei risultati del voto espresso sulla fuoriuscita dall’Unione Europea? La Brexit ha sicuramente generato un calo del valore della sterlina e questo ha dato il via libera alla speculazione dei nuovi investitori esteri. L’interesse della Cina nei confronti della proprietà britannica è in calo da mesi e la diplomazia sta facendo il suo lavoro: un certo numero di società immobiliari del Regno Unito sono in Cina per promuovere il proprio suolo ai clienti cinesi. Con ogni probabilità si punta a clienti ricchi di liquidità e nuove opportunità dopo l’esito del referendum della Brexit.

I dati mostrano che, rispetto alle previsioni, la Brexit ha sicuramente aumentato l’interesse degli acquirenti cinesi nelle proprietà nel Regno Unito. Il meccanismo principale è stata la riduzione del valore della sterlina nei confronti del dollaro e del yuan. La tendenza che aveva confermato un calo degli investimenti asiatici in Gran Bretagna del 28% in termini di valore, ha adesso un risvolto significativo, dimostrando che, a preoccupare i cinesi, era soprattutto l’incertezza politica ed economica del Regno Unito. Tuttavia, il ribasso del valore monetario ha lasciato aperta una ghiotta possibilità, da parte di facoltosi cittadini asiatici, di acquistare una casa nel Paese britannico.

(video tratto dal canale Youtube di ‘CCTV News’)