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A volte ritornano: USA e gli sviluppi della crisi in Libia

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Il recente intervento militare americano in Libia apre una nuova fase nella travagliata storia del Paese nordafricano e vede l’amministrazione Obama tornare nel teatro di quella che è stata forse la più criticata fra le sue iniziative di politica estera: l’azione che, sotto l’egida della NATO, ha portato, nel 2011, alla caduta di Mu’ammar Gheddafi e all’emergere dell’attuale situazione di instabilità. Avviato a sostegno del governo di Fayez al-Serraj e volto a ‘degradare le capacità militari’ delle formazioni affiliate al sedicente ‘Stato Islamico’ operanti nel settore di Sirte, l’intervento ha così riaperto un dibattito mai davvero chiuso intorno al giudizio da dare sugli eventi del 2001 e sul ruolo che in essi ha svolto l’allora Segretario di Stato (ora candidato alla presidenza) Hillary Clinton. Anche se la Casa Bianca, nei suoi comunicati, si è sforzata di limitare la portata dell’azione, sottolineandone la durata ridotta e il carattere ‘su invito’ e inquadrandola nel più ampio contesto della lotta ‘globale contro IS/Daesh, il timore è inoltre quello che la nuova campagna aerea finisca per coinvolgere il Paese in indesiderati impegni internazionali proprio alla fine di una presidenza che della loro riduzione aveva fatto un suo punto fermo.

Questo ultimo punto è stato largamente sottolineato dagli osservatori statunitensi. Da una parte – è stato rilevato – la regione di Sirte, è solo una (per quanto la principale) delle aree in cui IS/Daesh e le formazioni ad esso affiliate hanno trovato radicamento in Libia; un successo definitivo renderebbe, quindi, necessario un coinvolgimento assai più ampio dell’attuale. In secondo luogo – come proprio l’esperienza libica ha insegnato – se lo strumento aereo può dimostrarsi efficace nel disarticolare la struttura delle forze nemiche e i loro sistemi di comando e controllo, senza la presenza di truppe sul campo (‘boots on the ground’) il presidio del territorio risulta impossibile. Nella misura in cui l’azione statunitense si configura quale mero supporto al governo di unità nazionale, spetterebbe a quest’ultimo e alla rete delle milizie a lui fedeli il compito di garantire tale presenza. Vi sono, però, seri dubbi riguardo alle capacità che le forze di Tripoli possono esprimere in questo senso; dubbi che rendono concreto il timore che la campagna aerea finisca per portare soprattutto alla dispersione dei miliziani operanti a Sirte (che le fonti stimano in circa un migliaio) in altre parti del Paese e, in ultima analisi, a un aumento dell’instabilità complessiva.

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