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A volte ritornano: USA e gli sviluppi della crisi in Libia

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L’intervento militare ha anche delicate ricadute internazionali. Nonostante l’appoggio formale, molti alleati regionali si sono dimostrati tiepidi nei confronti dell’iniziativa USA, da una parte per il timore che essa non si riveli risolutiva, più tacitamente per quello che l’azione statunitense finisca per mettere a rischio la loro posizione in un Paese che è crocevia di molti interessi. L’intervento è stato criticato fortemente dalla Russia, con cui – pure – Washington sembra avere avviato forme di collaborazione nella lotta contro IS/Daesh in Siria. Egualmente, l’intervento è stato criticato da varie fazioni del panorama politico libico, primo fra tutti dal generale Khalifa Haftar, leader del governo di Tobruk e uomo forte della Libia orientale, che contesta la legittimità del governo al-Serraj sin dall’epoca del suo insediamento. Anche da questo punto di vista quindi, i timori sono parecchi. Né la richiesta delle autorità di Tripoli né il placet delle Nazioni Unite sembrano, infatti, sufficienti a legittimare una presenza che rischia di accentuare l’ostilità di molti (non ultima la stessa popolazione libica) nei confronti di Washington e delle sue politiche e di confermare la cattiva fama dell’amministrazione uscente in tema di politica estera.

Perché, quindi, una scelta in cui i ‘contro’ sembrano superare così tanto i ‘pro’? Da più parti si è cercato di interpretare la mossa del Presidente in termini di politica interna. In questo senso, qualcuno ha parlato di un ‘regalo’ di Obama al suo probabile successore, Hillary Clinton, che del coinvolgimento USA nelle vicende libiche è stata – a suo tempo – il principale sostenitore e che proprio nella gestione della crisi libica ha uno dei suoi maggiori punti deboli. D’altra parte, l’impegno statunitense si configura – come detto – in termini assai limitati, sia per quanto concerne la durata che gli assetti coinvolti. Non sembra trattarsi, in altre parole, di un cambiamento della politica che l’amministrazione ha portato avanti sino ad oggi nei confronti del Paese nordafricano e/o, più in generale, nel campo della lotta al terrorismo. Una presenza ‘di basso profilo’, la scelta di puntare (a livello operativo) sulla coppia forze speciali/attacchi aerei; l’enfasi sull’azione mirata (la cui importanza è stata ribadita anche in occasione del recente intervento) sono tutti elementi cui Obama e il suo entourage ci hanno abituato, sia nel teatro siriano, sia nelle altre aree in cui Washington si è impegnata negli ultimi anni. Un ‘trademark’ cui – con ogni probabilità – la comunità internazionale dovrà abituarsi a convivere in futuro, al di là degli esisti di questa nuova avventura.

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