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Brexit: pentimenti o entusiasmo razzista?

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L’estate inglese sta scorrendo veloce, tra le dimissioni di David Cameron, ex primo Ministro, e Nigel Farage, leader del partito per l’indipendenza del Regno Unito, e l’ingresso sulla scena politica di Theresa May, in carica dallo scorso 11 luglio. Il punto più importante, sulla bocca di tutti, sia inglesi che non, è da un po’ di tempo la preoccupazione Brexit, che appare quotidianamente su giornali e riviste, nonostante siano passati oltre quaranta giorni da questa irreversibile decisione. Il nuovo primo Ministro, insieme ai suoi collaboratori, dovrà rimboccarsi le maniche e affrontare nel miglior modo possibile le conseguenze del referendum dello scorso 23 giugno, quando il 52% dei cittadini irlandesi, britannici e del Commonwealth, maggiorenni, residenti nel Regno Unito e all’estero, ha votato ‘leave’, ossia l’uscita dall’Unione europea.

Nei giorni immediatamente successivi a questa data, gli europei e gli stranieri in generale residenti o domiciliati in Regno Unito hanno percepito maggiormente gli effetti della Brexit: ripetuti episodi di razzismo, amplificati dalla consapevolezza dei risultati del referendum, hanno portato a un malcontento tempestivo e ancora più profondo, nell’animo di chi ha investito il proprio futuro nel Regno Unito, pagando regolarmente le tasse, creandosi una famiglia e scegliendo di far nascere i figli qui piuttosto che nel Paese d’origine. Con tutto ciò che, magari, la differenza di lingua e valuta e la lontananza da casa e dai parenti comportano.

L’hashtag #Britishracism (razzismo britannico), in realtà, compariva per la prima volta su Twitter il 7 febbraio 2010, così come quello #UKracism (razzismo nel Regno Unito), nell’aprile dello stesso anno. Quindi, c’era già stato qualcuno, anni prima che il referendum venisse nominato, ad avvertire che la violenza per cultura di origine potesse avere un qualche collegamento con i sudditi della regina. Di contro, il profilo Twitter, di scarso successo, ‘Racism isn’t British’ (Il razzismo non è inglese), durato solo un giorno, nel maggio 2013.

Ma è stato il periodo post-Brexit a risollevare il polverone, in seguito alla coincidenza di sempre più frequenti insulti e minacce nei confronti dei non-inglesi che, quale soluzione temporanea o definitiva, condividono la stessa terra degli aventi diritto al voto. Come se il risultato di quel referendum giustificasse ogni comportamento di odio, per troppo tempo rimasto sopito, in fondo alla copertura dell’educazione e delle buone maniere.

Tara Roberts, capo cuoco gallese in una casa di cura, esprime sconforto nel constatare che gli stranieri ottengono servizi dal governo gratuitamente o con diritto a sconti, mentre lei deve farsi in quattro per progettare una vita familiare: “Sono disgustata, lavoro tantissimo e vorrei prendere casa col mio ragazzo, ma non posso ottenere un mutuo perché non guadagno abbastanza, né dei vantaggi perché non sono un’immigrata”. E continua: “Il mio ragazzo è infelice perché a lavoro nessuno parla inglese correttamente, quindi sono arrivata alla conclusione che, per essere apprezzata dal Governo, devo essere zingara o straniera e non parlare inglese”.

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