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Brexit: pentimenti o entusiasmo razzista?

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Tony Crudgington, londinese, lamenta: “Sono nato in Gran Bretagna ma mi ritrovo ad avere meno diritti di chiunque sia nato in un altro posto. Dicono che non possiamo fare questo, non possiamo fare quello, che dobbiamo rispettare le altre culture… Dovrebbero renderlo chiaro dall’inizio: se volete vivere qui, entrano in gioco le nostre regole, ossia dovete già avere un lavoro. Credete che otterremmo gli stessi loro diritti, se andassimo noi in un altro Stato? Io penso proprio di no!”.

Vikki McQuillin, anche lei di Londra, è preoccupata che i suoi tre figli non possano arrivare a percepire una pensione adeguata, andando avanti di questo passo.

Secondo quanto evidenziato anche nei numerosi gruppi Facebook di protesta contro il razzismo in Regno Unito, creati nelle ultime settimane, le frasi più ‘in voga’ sono: “Parla inglese come si deve!”, “Torna nel tuo Paese!”, “Ottenete i soldi del governo senza far niente!”.

Cartelli con minacce arrivano fino alle cassette della posta: “Tutta la feccia dell’Europa dell’est, rumena e bulgara se ne vada via ora! Non siete i benvenuti qui!”.

Anche sui social network si ricevono messaggi privati dal nulla, da sconosciuti: “Questo non è il tuo Paese. Non sei inglese e non lo sarai mai. Un ratto nato in una stalla non è un cavallo. Le uniche cose che voi, vili, feroci, incivili animali portate in questo Paese sono abuso sessuale, malattia e omicidi. I bianchi son sempre avanzati di carriera e, senza di loro, questo mondo non sarebbe niente. Guarda i Paesi di bianchi e guarda i Paesi di neri: questa ne è la prova. I bianchi sono migliorati e hanno costruito civiltà, mentre voi, stupidi animali, vivete ancora in catapecchie e capanne di fango senza cibo, acqua o elettricità. Fottuta feccia musulmana, uscitevene dal mio Paese!”.

  1. G., delle Midlands orientali, è rimasto deluso del risultato: “Penso che siamo più forti uniti che disuniti. Ma guardando avanti, è possibile che noi, come Paese, forgiamo il nostro percorso, ma spero che possiamo anche conservare forti legami con l’Europa, come sono certo che faremo”.

In Gran Bretagna, quindi, l’immigrato non è tanto visto come qualcuno che ‘ruba il lavoro’ a qualcun altro, ma come un potenziale individuo che approfitta dei benefits governativi, talvolta negati agli indigeni. Ogni mese si registrano, in effetti, nuovi picchi nei dati che riguardano l’immigrazione: dalle 175mila unità del marzo 2012, si è arrivati a 330mila nel dicembre 2015.

Il trentasettenne, infatti, prosegue: “Credo che gli immigrati occupino semplicemente posizioni lavorative che, diversamente, resterebbero vacanti”. Alla domanda se percepisce che la sua terra stia diventando sempre più cosmopolita e sempre meno inglese, risponde: “Non la sento meno inglese, soltanto più eclettica, ma inevitabilmente, come in ogni altro Paese o comunità di questi tempi, maggiormente connessa attraverso i mezzi digitali. Tuttavia, credo che un forte spirito comunitario e altri fattori contribuiscano all’’inglesizzazione’ che ancora esiste”.

Giulia Piccionetti, italiana che vive a Londra da poco più di un anno, racconta: “Il giorno dopo il referendum, a lavoro una cliente è indecisa sul tipo di prodotto da acquistare, non sapendo scegliere fra due opzioni. Alla fine, ne sceglie uno e va a mangiare. Dopo aver fatto due morsi, mi dice che vuole cambiarlo e le comunico che deve darmi 20 centesimi in più: all’inizio, torna a mangiare perché non vuole pagare; in seguito, dopo aver mangiato oltre mezza porzione, richiede di cambiare il prodotto e, rifiutando nuovamente di pagare, urla: ‘Sono una cliente insoddisfatta e vuoi pure farmi pagare di più?!’. Quando capisce che sono irremovibile a riguardo, mi lancia il piatto addosso e fa per andarsene, ma, in risposta al mio lamento per la sua maleducazione, torna indietro e dice: ‘Non vedo l’ora che ve ne ritorniate nel vostro Paese’ ”.

Sono questi i veri inglesi, o quelli che, per strada, al minimo sfioramento, sono i primi a chiederti scusa, indipendentemente da chi sia stato a urtare l’altro?

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