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Il Bel Paese annaspa nel mare del turismo

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La marea sale, ma non tutte le imbarcazioni in acqua salgono allo stesso modo e la nave italiana sembra avere qualche falla. La metafora marittima ci aiuta a descrivere lo stato dell’arte del settore ricettivo nostrano. Basta leggere il recente ‘Rapporto sul turismo italiano 2016’ del CNR per capirlo: dal 2004 al 2014 le presenze complessive (straniere e interne) sono cresciute di oltre il 20% in Unione europea e soltanto del 9,3% in Italia.
Nel mondo, insomma, si viaggia di più. Ormai si è oltrepassata quota un miliardo di visitatori con destinazioni internazionali e il turismo contribuisce per il 10% al Pil mondiale. Eppure il Bel Paese non coglie appieno il trend, malgrado il suo incomparabile patrimonio culturale e naturalistico.

Sono lontani i tempi, parliamo degli anni ’70, in cui eravamo in cima alla classifica planetaria dei Paesi più visitati. Oggi stazioniamo al quinto posto, secondo il recente rapporto dell’UNWTO (United Nations World Tourism Organization). Nel 2015 abbiamo avuto infatti 50,7 milioni di arrivi internazionali, lontanissimi dalla Francia (84,5 milioni), dagli Stati Uniti (77,5), persino dalla Spagna (68,2) e lontani pure dalla Cina (56,9). Se passiamo a valutare il fatturato, siamo addirittura settimi, dietro la stessa Gran Bretagna (che ha un patrimonio molto più povero del nostro) e alle spalle della Tailandia (44,6 miliardi contro 39,4 miliardi di dollari).

E pensare che il TTC Index del 2015 del World Economic Forum ci riconosce «il primato mondiale sulla dotazione del patrimonio storico-culturale e l’eccellenza sul turismo naturalistico, secondo nel ranking». Peccato che una lunga stagnazione della domanda interna e l’incapacità di vendere bene il prodotto Italia all’estero stiano pesando enormemente sulla possibilità di utilizzare il turismo come volano di sviluppo.
Malgrado ciò, è buono l’umore dei tour operator per l’estate in corso. Una ricerca dell’ENIT (Ente Nazionale Italiano del Turismo) su oltre 150 soggetti, in relazione alle prenotazioni nel Bel Paese, testimonia che secondo il 68% di loro le vendite di pacchetti con destinazione Italia sono aumentate, mentre il 19% nota un livello invariato e solo il 13% ha evidenziato una leggera diminuzione: Naturalmente, lievita soprattutto la presenza di visitatori europei, ma arrivano in molti anche dagli Emirati Arabi, dalle Americhe e dall’Oceania. Cosa piace dell’Italia agli stranieri? Il cibo svetta e il 62% compra agroalimentare, i souvenir tradizionali si fermano al 50%, i marchi dell’abbigliamento interessano al 48% e l’artigianato si ferma al 25%.
In ogni caso, c’è molto da lavorare. Serve una frustata al sistema. E il governo ci sta provando. E’ pronto infatti il ‘Piano strategico per il turismo 2017-2023’. Un’ottantina di pagine con un obiettivo: diversificare, rendendo più attrattiva e sostenibile la ricettività nostrana. Le mete più conosciute e inflazionate, secondo il progetto, dovrebbero trasformarsi in hub, punti di smistamento dai quali dirottare le presenze sui territori circostanti. A beneficiarne dovrebbero essere, per esempio, le 21 città candidate a diventare capitali europee della cultura (tra tutte Matera, vincitrice per il 2019), i parchi naturali, le riserve o i ben 51 siti Unesco (47 storico-artistici, quattro naturali) che ci collocano in cima alla classifica mondiale.

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