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M5S: anche il Movimento, nel suo piccolo, si consuma

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Esattamente un anno fa mi confrontavo col filosofo Carlo Sini, eravamo ospiti di una meritoria associazione comasca che presidia il territorio delicatissimo del fine vita. L’argomento era la resilienza, termine modaiolo e antipatico, ricorda i restyling, piuttosto frequenti, che si mettono in atto per abbellire e complicare concetti già noti e alla portata di tutti. Nella fattispecie ‘resilienza’ è la versione sofisticata della meravigliosa ‘forza d’animo’, già abbastanza chiara e certo non bisognosa di reinterpretazioni.
Una bella e pacifica serata di civiltà, argomenti a fronte di altri argomenti, nulla che richiamasse il clima dei salotti televisivi, dove il metro spesso sono i decibel.
Non mi ero perso una parola di quelle pronunciate dall’illustre filosofo, ma un passaggio su tutti mi aveva colpito: «Quando un bambino dice ‘mamma’ l’ha persa, perché se diamo il nome ad una cosa la possediamo, dunque la possiamo perdere».
In questi giorni, osservando i pasticci della nuova Amministrazione capitolina, mi sono tornate in mente le parole del professore.

Restare ai margini del potere è comodo perché non si corre il rischio di perderlo, non puoi perdere qualcosa che non possiedi. Esibirsi nelle appassionate concioni romanesche, come fa la senatrice Paola Taverna, fa tanto teatro ma non costa nulla. Sono viaggi senza meta, è il potere la prova del nove, perché quando l’hai afferrato devi cominciare a mostrare se sei in grado di amministrarlo, quando arriva, il potere, capisci come reagirai di fronte alla possibilità di perderlo. Si, perché solo allora, quando lo si possiede, si può misurare quanto ci deforma. A Roma abbiamo già buoni indizi, gli incarichi di sottogoverno sono finiti in famiglia. Un film già visto. Chissà quale scandalo se lo avessero fatto i nemici. Non sappiamo se il potere logora di più chi ce l’ha oppure chi non ce l’ha, di sicuro rende visibile ciò che siamo. Se siamo niente si vedrà meglio.

Aspettiamo di capire cosa accadrà quando il potere vero e la realtà faranno irruzione nella fragile struttura, politica, emotiva e relazionale, del M5S. Vi sono dei difetti di origine, visibili nella testa e nel comportamento dei fondatori, nonché nella prassi del Movimento, che troppo spesso conducono le situazioni interne al punto di rottura. Basta osservare con pazienza, a cominciare da Parma, dove una delle poche figure con un capo e una coda, come Federico Pizzarotti, è stato messo sotto pressione, trattato come un appestato, privato dello spazio per un chiarimento. Basta guardare ai processi sommari da cui scaturiscono espulsioni e umiliazioni di attivisti. Niente impiccagioni, ma solo per circostanze storiche favorevoli. Provvedimenti smentiti dai tribunali civili, perché contrari alla grammatica elementare della democrazia, che prevede la tutela del dissenso interno. Scivoloni che neppure ‘l’odiato’ Matteo Renzi prenderebbe.
Comportamenti poco equilibrati, estremamente emotivi, che tutti giudicheremmo severamente se li vedessimo in azione nei rapporti quotidiani. Euforie e disforie fuori luogo, per gente che si picca di volere purificare il mondo. Eccessi che portati all’interno di una struttura amministrativa locale e di modeste dimensioni, potrebbero forse essere riassorbiti dall’esperienza dell’apparato burocratico, ma non è detto che tale compensazione funzioni a scala di governo massima oppure di notevole importanza, come nel caso del comune di Roma.

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