Cultura & SocietàItaliaNews

Musica elettronica dal Sud Italia agli Stati Uniti

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +
1 2 3


Download PDF

Ho seguito la sua carriera dagli esordi fino ad adesso ed ho notato enormi cambiamenti. Come ripercorrerebbe quegli stimoli che l’ hanno portata fino a Disarmonia nel 2013?

Disarmonia è nato quando avevo ancora 17 anni, andavo al liceo e il mio sentimento per la musica era completamente diverso. Sentivo un forte senso di rivalsa, come se non avessi più altro tempo e quella fosse l’unica occasione di produrre il mio testamento artistico.  Tra Disarmonia e il mio ultimo album, Split Consciousness, ho deciso di prendermi del tempo, di dare vita a qualcosa di più maturo, sia da un punto di vista artistico che personale. Sicuramente vivere in America mi ha cambiato.

Immagini un pubblico di ultracinquatenni un po’ all’antica. Come definirebbe il suo genere oggi?

Quando mi chiedono di definire quello che faccio a persone che non c’entrano nulla con il mio genere dico subito che no, non è come i Pink Floyd. Secondo me esiste una distinzione netta tra musica per l’intrattenimento e musica accademica: io creo la mia musica da una ricerca sia di tipo sonoro, principalmente con i sintetizzatori analogici, sia di tipo compositivo, spirituale. Quindi ad un ultracinquantenne inesperto direi che faccio musica astratta, ibrida in un certo senso, considerando che ho pochi corrispettivi nel mondo musicale e vengo da una realtà culturale e geografica dove  il rock predomina sull’elettronica.

Sinceramente, quanto l’ ha limitata (se lo ha fatto) nella sua carriera essere nato in una provincia del Sud Italia?

Sinceramente? Mi ha agevolato tantissimo. L’ Europa è molto avanti nella musica sperimentale ma arrivare a suonare in America dalle montagne del Sud Italia, da un paese praticamente sconosciuto ha significato un non so che di esotico che mi ha aiutato tantissimo. Penso che un ventenne che porta musica elettronica dal nulla a New York affascini parecchio, proprio perché non sembra possibile.

Anche se in crescita, si parla ancora di genere di ‘nicchia’ in Italia. Perché? 

Perché l’Italia musicalmente non è né carne né pesce.  Nella scena musicale italiana sono state saltate molte fasi cruciali, pensiamo al rock’n’roll ad esempio, di cui conosciamo solo una pallida copia. Nonostante sul panorama italiano ci siano validi esempi di musica sperimentale è difficilissimo fare evolvere concettualmente il consumatore a questo genere proprio perché alla sua cultura musicale mancano molti pezzi. Questo ci lega inevitabilmente alle nostre tradizioni, alla canzone, il festival di Sanremo che, per quanto obsoleto, può risultare addirittura affascinante. Questo ovviamente penalizza anche i producers: manca uno stampo italiano, siamo derivativi, copiamo un po’ dalla tradizione americana un po’ da quella europea. Forse per questa ragione lavoriamo sull’elettronica di concetto.

Oltre che storico, il limite potrebbe essere culturale. Come risponderebbe a chi dice che un computer non può fare musica?

Purtroppo è una concezione ancora radicata in Italia. Eppure se ci riflettessimo attentamente abbiamo avuto sin dagli anni 60 l’esempio della scuola della Rai, una delle tre migliori al mondo nell’ambito della musica elettronica, una scuola di avanguardia per la sintesi ed il campionamento. Paradossalmente l’Italia ha una tradizione elettronica, l’ha semplicemente persa.

Pensa dunque che un synth debba essere considerato strumento ‘di norma’ come una chitarra o un pianoforte? 

Si, perché non ci vedo nessun trucco. Non si tratta di prendere un sintetizzatore, premere play ed aspettare che emetta un suono. Un synth è qualcosa che va oltre una chitarra e un pianoforte perché non ha limiti timbrici, abbatte le barriere che relegano all’utilizzo di uno strumento per volta e diventa inevitabilmente indispensabile per la musica del futuro.

Commenti

commenti

Condividi.