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Partecipazione politica e tv: ipotesi di cortocircuito

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Quanto più i miei e nostri concittadini  -e io stesso e, credo, più d’uno tra chi mi legge-  hanno (abbiamo) assorbito dalla televisione l’idea che la politica della cosiddetta Seconda Repubblica (diversa dalla cosiddetta Prima in ciò più che in ogni altro aspetto) si risolveva nello schierarsi pro o contro, ‘forza’ o ‘abbasso’, legalità/mafiosità, decoro/indecenza, aiutati in questo dalla formidabile e longeva bio-maschera di Silvio Berlusconi e dalle contrapposte legioni di suoi cortigiani/detrattori (e prima ancora dal passaggio da proporzionale a maggioritario del sistema elettorale, con tutta la retorica bipolarista connessa), tanto più essi (voi, io) hanno (abbiamo) trovato naturale, facile, prossimo, veloce, entrare di persona in una politica resa così immediata e deideologizzata che per sentirsene parte non serviva più la frequentazione di sedi, sezioni, cellule e seminari, né lo studio metodico di date materie, né l’assunzione di una visione organica della società e della Storia, né l’appartenenza oggettiva a un determinato ceto socioeconomico esposto al conflitto, né la coscienza di classe, bensì anche solo scendere in una piazza ogni tanto, anche solo saltare in un flash-mob, anche solo prendere o mettere una firma a un banco, anche solo scrivere un commento a un blog, anche solo twittare con un certo successo in follower. La politica dal basso.

E però, ecco il punto, a un dato momento  -perdurante la crisi-  si è cominciato a capire, a osservare, che la televisione stava raccontando (in quella maniera pur così semplice, fruibile, divertente a suo modo) non già qualcosa che era propriamente la politica, cioè ciò che succede alla polis, a noi tutti, ciò che è preferibile che succeda, che è da temersi, che è esecrabile, bensì qualcosa che succedeva (auspicabilmente o meno) alla persona Berlusconi e a un discreto numero di co-protagonisti sulla scena pubblica: ma la vita di decine di milioni di donne e uomini  -si osservò e si capì- non dipendeva strettamente da quello di cui tutti discutevano nei talk-show, divertendoci, e di cui tutti discutevamo sui social e negli incontri a tre dimensioni, sentendoci soggetti politici per questo.

Per dirne una: Berlusconi veniva dimissionato non per la spinta ormai decennale degli attivisti a lui avversi (dai Girotondini al Popolo Viola, alle donne di Se Non Ora Quando), ma per una cosa fin lì in-audita come lo spread tra Bund e BTP.
Per dirne un’altra: Giorgio Napolitano veniva inauditamente riconfermato al Quirinale, contro un’opinione popolare che visibilmente si divideva tra le opzioni Romano Prodi e Stefano Rodotà, per una manovra o-scena‘ (fuori scena) tuttora rimasta senza firma esplicita, figurarsi se partecipata dal basso.
Per dirne una terza, e ultima: Matteo Renzi si trovava (e si trova) dominus incontrastato della vita politica nazionale non perché vinte le elezioni generali da candidato Premier in seguito ad una di quelle belle campagne televisive che piacciono tanto agli spettatori-tifosi della Seconda Repubblica, ma per cooptazione diretta a Palazzo Chigi da parte del Presidente di cui sopra.

Inoltre,  si è capito, si è osservato, la vita di decine di milioni di cittadini italiani diventava vieppiù buona o cattiva non a seconda delle polarità decoro/indecenza, legalità/mafiosità, forza o abbasso, pro o contro, cioè quelle che nutrivano dall’alba del millennio sia la spettacolarizzazione sia la gaia partecipazione, ma a seconda dei rapporti di forza tra operatori economici, finanziari, industriali, commerciali, regionali o globali, tra istituzioni politiche, economiche, finanziarie, nazionali e sovranazionali, tra blocchi geopolitici e militari contrapposti, tra multinazionali concorrenti. Tra capitale e lavoro in uno scenario di guerra di classe planetaria  -per dirla all’antica.

Quindi, se dopo tre anni di crisi economica, quattro anni di crisi, cinque anni di crisi, sei anni, sette anni, otto, la gente si è persuasa che ciò che determinava la vita concreta non era più quello di cui si era sempre parlato nei talk, e al modo dei talk, con gli ospiti dei talk a giro e i conduttori dei talk, ebbene ha semplicemente cambiato canale. Non si è, quindi, alzata dal divano e riversata in massa a manifestare il conflitto. Perché, parimenti, si è persuasa che i problemi e le possibili soluzioni ai problemi della vita concreta sopravanzavano di molto il livello di semplicità, di prossimità, di protagonismo diretto e dilettantesco, sul quale ci si era attestati nel periodo della partecipazione fluida, dell’inclusione, dell’orizzontalismo, della politica dal basso e sue epiche. E quindi, semmai, si è ritratta e più si ritrae, la gente, dalle sedi e dalle occasioni in cui teoricamente si costruiscono soggetti, si corre per urne o per scranni, si rende visibile il disagio, si sfidano le forze dominanti. Ecco la mia ipotesi di cortocircuito -riconosco- controintuitivo.

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