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Sinistra Italiana: io so

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Io so perché sono un intellettuale, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero e l’autolesionismo psicotico.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo inoltre che molti altri intellettuali sappiano ciò che so io in quanto intellettuale. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia  -in particolare nella sinistra radicale, e segnatamente nell’area comunista- diciamo dopo Genova 2001, non è poi così difficile.
Tale verità  -lo si sente con assoluta precisione- sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Più che probabilmente, sicuramente i giornalisti e i politici pure in buona fede hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: quei giornalisti e quei politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi, dunque, compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col Potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale, dunque, potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il Potere e il mondo che, pur non essendo del Potere, tiene rapporti pratici col Potere, ha escluso gli intellettuali liberi -proprio per il modo in cui è fatto- dalla possibilità di avere prove e indizi.

Mi si può obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico delle illusioni/autoillusioni create ad arte, e disillusioni successive, compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove e indizi.
Ma a tale obiezione io rispondo che in un certo periodo l’ho fatto  -il periodo della mia ‘ingenua verginità’, che in quanto tale ottundeva i miei ‘sensi’ di intellettuale- ma ciò ora non è più possibile, perché è proprio la lucida ripugnanza ad entrare in un simile mondo, ormai, che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia, e da tempo anche nell’area della cosiddetta sinistra.

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