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Strage days: da Nizza ad Ankara

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E perché l’Europa? Perché c’è stato un sogno, e qualcosa di più d’un sogno, a un certo punto del secolo scorso, di risposta al privilegio capitalista e classista e alla violenza individuale e istituzionalizzata che lo perpetuano, che non fosse l’ottusa ripetizione dei medesimi col solo verso contrario. Era il modello sociale europeo, la socialdemocrazia nella pace, il progresso materiale e immateriale degli esseri umani e della vita in generale. Era ciò che è scritto in modo mirabile e insuperato dalla Costituzione Italiana.

Capite bene, in base alle premesse, perché lo scandalo di quel sogno sia nel mirino di tanti, fuori e dentro il nostro continente. Il quale oggi, tosato da una generazione di neoliberismo, è già un’altra cosa: una persona su quattro è a rischio povertà, sono 170 milioni i cittadini afflitti da una crisi ormai strutturale, e tuttavia ciò non ha impedito  -né mostra di frenare-  le politiche di tagli alla spesa sociale, consistiti finora in 230 miliardi di euro sottratti ai programmi pre-Crisi. E nello scorso 2015 arrivavano a 59 milioni le persone sradicate, sfollati infra-europei oppure rifugiati: 8 milioni in più rispetto all’anno precedente.
I disperati se l’ingoia direttamente il mare.
Per converso, proprio negli ultimi sei anni, le ottanta persone più ricche al mondo hanno esattamente raddoppiato il proprio patrimonio.

Ecco di cosa parliamo quando parliamo di guerra. Il colore della pelle c’entra meno di zero.

C’entra il fatto che se presìdi di civiltà come la nostra Carta Costituzionale vengono disapplicati o smantellati addirittura, ciò che resta è -come qui e adesso-  il Paese degli allegroni che pestano a morte uomini perché sono nati al di là dell’orizzonte, il Paese dei binari unici e delle lamiere accartocciate, arroventate, il Paese degli innamorati che bruciano donne per la loro scelta di indipendenza, il Paese delle divise torturatrici che i loro superiori sanzionano con ammende di ben 47 euro, il Paese dei governatori che si oppongono al risarcimento per padri torturati dal dolore, il Paese delle ministre dai padri indagati per aggiotaggio e dei ministri dai fratelli indagati per corruzione, il Paese dei bambini venduti dalle madri ai media come mini-sindaci, il Paese della sacralità della famiglia, il Paese dove più nulla è sacro, il Paese con la stampa più asservita del mondo sviluppato, il Paese con l’opposizione politica e sociale più ridicola a memoria d’uomo, il Paese senza più memoria, il Paese senza mai sogni, il Paese dei funerali di Stato e delle stragi che nessuno è stato, il Paese dei talent show ma dal quale fuggono i talenti appena possono, il Paese col peggior analfabetismo di ritorno, il Paese di chi chiede perdono davanti ai microfoni, il Paese senza più alcuna pietà, il Paese che trasmette tutto questo ai propri figli, il Paese in cui si nasce di meno, il Paese in cui si muore più da soli, il Paese con più smartphone che rubinetti che prendano acqua da falde sane, il Paese delle mafie, il Paese degli evasori, il Paese delle voragini da ingordigia a bilancio e di quelle da incuria in Lungarno, il Paese dei padroni che non sanno neanche fare impresa, il Paese dei servi che si fanno la guerra tra loro, il Paese in cui tutto ha un prezzo ma niente ha valore, il Paese del chiagn’e ffott’, dei ghe pensi mì, del ma ‘sti cazzi, il Paese di una minoranza di gente per bene, un pulviscolo di geni rari e qualche eroe, che fan da scudo umano a tutti gli altri, dinanzi alla Storia.
Il Paese che ci è toccato. Il Paese di cui siamo ostaggi.
Il Paese che non sappiamo cambiare.

Sono andato fuori tema, scusatemi. O forse no.

15 luglio, sera. Il tentato golpe in Turchia. I dittatori fanno sempre così. Hanno bisogno di migliaia, o almeno qualche centinaio, di morti da buttare su un qualche tavolo, di pace o di chissà che altre trattative. Comunque, per accrescere il potere del proprio regime.
E perlopiù i rappresentanti degli altri regimi e poteri, anche quelli più presentabili, hanno interesse ad acconsentire. Qualunque cosa mostrino, invece, di dire e fare.

Anche stavolta l’abbiamo visto in diretta. Ma ci arriviamo sempre un po’ dopo, per quanto siamo svegli.
Perché, diciamo la verità: tu puoi stare anche con due occhi spalancati così davanti alle mani del prestigiatore, ma quello è un professionista e il gioco gli riesce sempre. E tu il trucco non l’hai capito.

Per questo servono gli storici. Solo che arrivano decenni dopo.

Eppure quella notte un paio di stranezze si notavano.
Erdogan che è libero di decollare e sorvolare lo spazio aereo del suo Paese in stato di golpe, e gira e gira dentro e fuori dai confini virtuali, senza che nessuno dei golpisti pensi a tirargli giù l’aereo. Ma soprattutto il fatto che un colpo di Stato così, in una Nazione di quasi 800.000 chilometri quadrati, con quasi 80.000.000 di abitanti, dalle Forze Armate in numero seconde solo agli USA in tutta la NATO, con una ventina di basi NATO in casa, tra l’altro, che occupa, insomma, un ruolo geopolitico che dire strategico e delicatissimo è niente, e quindi ha gli occhi delle intelligence di mezzo mondo (Mossad compreso) puntati sempre addosso, ebbene sia stato organizzato per settimane, come minimo, da parte di centinaia o migliaia addirittura di persone, senza che niente trapelasse per sbaglio da nessuna parte, non dico al pubblico ma almeno ai grandi decisori internazionali che ora mostrerebbero sconcerto.
Essù.
E poi, a giorno fatto e golpe fallito, il dittatore ha già sul tavolo la lista delle centinaia, anzi migliaia, di quadri dell’Amministrazione militare e civile (specie giudici) da epurare come infedeli, che infatti rimuove prima di uno straccio di indagine e minaccia delle peggiori ritorsioni. Che ci saranno sicuro.
Eddài.

Diciamo allora che questo paio di cento morti, e oltre, Erdogan li butterà da subito sui tavoli che gli stanno più a cuore, del potere personale e dello svuotamento ulteriore di una forma costituzionale di Governo, potendo dire peraltro che il popolo stesso ha sconfitto il golpe rispondendo al suo appello smartphone   -che la televisione, come da copione in mano ai ribelli, ha tuttavia provveduto a diffondere  -ma per favore!.

Duecentocinquanta morti, e ci è andata anche bene. Molto meno dei tremila dell’11 Settembre, che George Bush e Tony Blair buttarono sul tavolo all’alba del millennio per giustificare il proprio imperialismo neoliberista, e sempre meno delle centinaia di Beslan, duecento solo tra i bambini, che Vladimir Putin usò per sdoganare il boiardismo asiatico di cui è campione spacciandolo come alternativo al regime delle multinazionali occidentali.
La Storia va così. E ci andrà fino al giorno in cui ci riuscirà la trasformazione strutturale dello stato di cose. Ma non è domani, purtroppo.
Piuttosto, di domani chiediamoci a chi e a cosa serve una Turchia ancora più antidemocratica, un Erdogan ancora più tirannico, un sistema di potere globale ancora più celato agli occhi degli uomini, della classe, dei popoli.

Che altro deve succedere ancora?

Intanto, povera Nizza. Ti abbraccio con tutto il cuore.
Poveri bambini. Povere madri e padri straziati. Poveri morti tutti, da un capo all’altro del continente.

E poveri noi umani, povera Terra, se non riscattiamo da noi stessi tutta questa Storia.

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