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Trump è realista nei confronti della Russia

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Lasciate da parte tutti gli atteggiamenti aggressivi e provocatori del candidato repubblicano Donald Trump, per esempio per quanto riguarda l’eventuale trattamento verso gli immigrati provenienti dalla regioni vicine e non, e concentriamoci un attimo su cosa significa la sua posizione nei confronti della Russia. Certamente provoca stupore e preoccupazione il fatto che un candidato alla presidenza della principale potenza nell’ordine mondiale abbia posizioni in linea di principio favorevoli agli interessi della Russia, come per esempio quando il candidato sostiene che se arriverà alla presidenza potrebbe riconoscere l’annessione o il ritorno della Crimea alla Russia o che potrebbe considerare di lasciare la NATO.

Tuttavia, forse senza volerlo essere, su questo argomento il candidato repubblicano si dimostra come un vero realista in politica internazionale. Inoltre, con queste affermazioni Trump non si allontana molto da quello che ha caratterizzato il Partito Repubblicano: uscire dalla crisi e da interventi sfortunati o riconoscere la realtà internazionale (basta ricordare, per esempio, che furono i repubblicani a lasciare il Vietnam e furono sempre i repubblicani che negli anni settanta riconobbero l’Unione Sovietica come superpotenza e che inclusero anche la Cina nel progetto di equilibrio di potere appoggiato poi da Henry Kissinger). Allora, perché Trump si è mostrato come un convinto realista nei confronti della Russia? Perché capisce che nel rapporto di tensione e rivalità tra gli Stati Uniti e la Russia, le principali responsabilità sono da addebitare all’Occidente per non aver rispettato i nervi geopolitici più sensibili per la Russia, avendo ampliato la Nato praticamente senza limiti.

La possibilità che l’Ucraina possa passare sotto la copertura politico-strategica dell’Alleanza Atlantica ha fatto precipitare la crisi attuale. Tuttavia, se la questione Ucraina non è vista in un contesto più ampio e in termini di processo, difficilmente si arriva a una conclusione diversa da quella che prevale oggi e che indica la Russia come un attore geopolitico revisionista e minaccioso, con le pericolose conseguenze che questo implica nel campo delle relazioni internazionali. È quindi indispensabile ‘limitarla e tenerla d’occhio’, usando termini simili a quelli usati da George Kennan nel 1946, quando scrisse in un lungo telegramma sulla tipologia del nemico che gli Stati Uniti avrebbero affrontato nel nuovo ordine internazionale. Osservare la crisi internazionale che coinvolge l’Ucraina, ci impone di porci una domanda centrale: la fine della guerra fredda ha implicato che l’Occidente continuasse a considerare la Federazione russa come un eventuale ostacolo ai suoi interessi?

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