Presidenziali egiziane a un mese dal voto

Abdul-Fattah-al-Sisi

Il Generale egiziano Abed Fattah el-Sisi ha annunciato la consegna del registro di firme necessarie ad ufficializzare la propria candidatura alle prossime elezioni presidenziali che si terranno in maggio.

La legge vigente prevede che la Commissione Elettorale, per poter autenticare la candidatura, si veda recapitare un minimo di venticinquemila sigle pervenute da almeno quindici delle ventisette province egiziane.

Il militare a capo della struttura statale de Il Cairo, a seguito del colpo di stato che ha portato alla deposizione di Mohamed Morsi, ne ha depositato duecentomila.

Hamdeen Sabahi, candidato di sinistra che alle ultime presidenziali del 2012 si era classificato terzo e visto dai sondaggi come concorrente diretto più probabile del Generale rivoluzionario, non avrà, quindi, vita facile.

Il numero di firme quasi dieci volte superiore alle necessità, di per se, è già un messaggio chiaro ai concorrenti e, il gruppo di sostegno che cura la campagna elettorale del militare, lo ha definito «Un esempio unico di sostegno e del supporto nazionale». Le probabilità, alte, di una conferma del leader rivoluzionario alla guida del paese dietro conferma elettorale, secondo quanto riportato da Al Jazeera, determinerebbero il secondo passo del progetto politico di Sisi dopo il referendum di gennaio per la promulgazione della nuova Costituzione del Paese.

Questo nonostante non sia ancora stato consegnato un Manifesto elettorale.

Nel Paese, intanto, l’atmosfera resta tesa.

In un report pubblicato da ‘Al Monitor, un esempio rende ampiamente l’idea della situazione in Egitto:

Shahenda Maklad, la settanteseienne storica attivista egiziana moglie di Hussein Saleh, vittima di assassinio politico nel 1966, è stata duramente attaccata sul web dopo aver firmato il registro di sottoscrizione al sostegno di al-Sisi.

La scelta della donna di sostenere il governo rivoluzionario appare controversa: si era infatti precedentemente schierata contro il Ministro dell’Interno Mohamed Ibrahim, reo di aver ordinato le brutali soppressioni e torture contro i detenuti nelle carceri de Il Cairo e, la scorsa settimana, è stata forte sostenitrice del famoso Sit-In delle donne dinnanzi al Palazzo Presidenziale, organizzato per chiedere la liberazione dei due Ahmed, Douma e Maher, condannati a tre anni di reclusione per aver violato la recente normativa che impediva le manifestazioni.

La scelta in controtendenza dell’anziana attivista, che ha deciso pubblicamente di non sostenere l’amico Sabahi, riflette ampiamente la difficoltà di scelta che l’Egitto vive in questi ultimi mesi.

La candidatura di al-Sisi, che con la suggellatura elettorale abbandonerebbe definitivamente l’etichetta di dittatura rivoluzionaria a favore di una ben più gradita conferma democratica, si scontra fortemente con le scelte degli ultimi mesi che hanno condotto nelle carceri egiziane oltre sedicimila dissidenti e, solo negli ultimi processi, ne ha visto oltre cinquecento condannati alla pena di morte.

Nemmeno la stampa internazionale è stata risparmiata ed i tre giornalisti di Al Jazeera English, accusati di diffusione di notizie infondate ed appartenenza ad organizzazioni terroristiche facenti capo ai sostenitori dell’ex Presidente Morsi, rimangono ancora detenuti nonostante le numerose manifestazioni in tutto il globo per il loro sostegno e la loro liberazione.

Intanto questa mattina, ad un check point nel centro de Il Cairo, due agenti di polizia sono morti a causa della deflagrazione di un ordigno che va a sommarsi alla lunga catena di attentati che hanno scosso il paese negli ultimi mesi, dalle università, ai mercati fino alle stazioni di polizia, destando forti preoccupazioni nelle politiche Ue, espresse per voce della Responsabile per le Politiche Estere, Catherine Ashton , che ha dichiarato «Vogliamo che il popolo d’Egitto vada avanti, vogliamo che queste elezioni sanciscano l’inizio della prossima fase della vita egiziana» .

 

 

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