I sopravvissuti in Kurdistan raccontano

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Erbil – “Appena arrivati quegli assassini dell’Isis ci hanno costretto a diventare musulmani ma noi abbiamo rifiutato. Ci hanno radunato, dandoci un ultimatum. Hanno preso i nostri soldi, i cellulari e igioielli; poi hanno raggruppato tutti i maschi, portandoli fuori dal paese e sgozzandoli come fossero animali da macello”. Questo è il racconto di uno dei tre sopravvissuti al massacro perpetrato dai terroristi dello Stato islamico (IS) nel villaggio di Kochu, nella regione di Sinjar.

Ilyas Salih Qassim (dottore del villaggio):“Venerdì 15 agosto alle ore 11, gli jihadisti avevano circondato il  nostro villaggio di 250 famiglie e  ne avevano raccolto tutti gli abitanti nella scuola. C’erano oltre 500 persone nell’edificio. Hanno cominciato a portare via 15 persone alla volta, a un chilometro a sud del villaggio, prima di passare all’esecuzione sommaria. Esattamente quello che avevano fatto alcuni giorni prima nel villaggio  di Hatimia, vicino a Sinjar”.

Se non fossero arrivati i combattenti curdi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e i combattenti del Comitato di protezione del popolo curdo (YPG), i terroristi avrebbero distrutto molti altri villaggi. Infatti, per la prima volta nella triste storia del popolo curdo, i partiti curdi iracheni, siriani, iraniani e turchi si sono uniti per combattere il nemico comune mettendo da parte ogni divergenza politica e ideologica.

Questa volta la parola del Papa è stata fondamentale  per richiamare l’attenzione non soltanto della Chiesa cattolica, ma di tutta la cristianità e dell’umanità intera. Papa Francesco nella prima domenica della tragedia curda ha fatto appello  agli organismi supremi, dal punto di vista organizzativo, sociale, culturale e politico, come il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e i Paesi dell’Unione Europea. Infatti, in questi giorni  assistiamo al via vai dei Ministri degli Esteri di Paesi come Francia, Germani, Svezia e Norvegia, fatto che di per sé è un riconoscimento alla regione curda. I curdi non avrebbero mai pensato a questa massiccia mobilitazione internazionale per aiutarli, sia dal punto di vista umanitario che da quello militare, con eventuali rifornimenti di armi e munizioni ai Peshmerga per affrontare laminaccia degli Jihadisti dello Stato Islamico (Isis). 

 

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