Cronache dallo spazio

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Ogni tanto conviene prendere un bel respiro, e immaginare di trovarsi al posto della nostra astronauta Samantha Cristoforetti. Sono convinto che l’esercizio mentale, in mancanza di possibilità alternative, sia molto utile per rendersi conto di tante cose, non necessariamente  spirituali come la vicinanza all’assoluto, o il sentimento di estrema limitatezza della razza umana.

E’ utile anche, più modestamente, per guardare alla mutevolezza sconcertante degli scenari proposti dalla politica mondiale in questo inizio di secolo, con particolare riferimento al caso italiano.

Fino a pochi decenni fa, una minuzia per la Storia, poche certezze contrapposte dominavano il pensiero della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana, riflettendosi in modo speculare sui risultati delle consultazioni elettorali. Due grandi orientamenti si spartivano il bottino dei suffragi: uno schieramento conservatore, guidato dalla Democrazia Cristiana, era destinato per contratto al governo del Paese. Per l’altro, progressista e pilotato da un partito sfortunatamente denominatosi comunista, lo stesso contratto, firmato a Yalta appena un anno dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, prevedeva il ruolo di eterno oppositore.

Si potrebbe dire che il bipolarismo italiano sia andato in scena per cinquant’anni, fino alla fine della Prima Repubblica sancita dai magistrati di Mani Pulite. Non fosse per quella maligna clausola del contratto che, di fatto, conferiva al polo progressista una dignità formale, splendidamente inutile quanto necessario per garantire alla giovane Repubblica un simulacro di democrazia.

Le due grandi potenze mondiali, USA e URSS, tiravano i fili dei due schieramenti, senza pestarsi i piedi più di tanto. Le stragi, gli omicidi, i cadaveri eccellenti e meno eccellenti che hanno insanguinato l’Italia in questo lungo lasso di tempo, visti dallo spazio appaiono semplici effetti collaterali, paragonabili a quelli di un giorno di conflitto in Medio Oriente.

Improvvisamente, il crollo del muro di Berlino ha apposto sul contratto il dettaglio mancante: la sua data di scadenza. Da quel 1989 l’Italia, chiamata alla prova di autogestione democratica, non ha dato gran prova di sé. Prima dandosi in gestione per tre lustri a unPremier da operetta, poi faticando sette camicie per liberarsi dai cascami marxisti e fascisti, morti viventi che riemergono periodicamente come zombie dal cimitero della Storia ogniqualvolta l’aspirazione a diventare un paese normale sembri profilarsi all’orizzonte. Con l’aggiunta di novità autoctone di grande successo, pur se di assai incerte basi culturali. Come il movimento indipendentista ‘padano’ che guarda a Vladimir Putin come riferimento politico, incurante del trattamento a base di cannonate che costui riserva a chi solo vagheggia un’ipotesi di autonomia dalla santa Russia.

O come l’ineffabile armata degli incazzati di professione, intruppati dall’indiscusso capataz in un coacervo militarizzato capace di tarpare anche le migliori intenzioni, suscitando sempre più il sospetto che il Movimento a cinque stelle nasca programmato non certo a governare ma allo scopo contrario, impedire a chiunque di farlo.

Il tutto mentre il partito che non fa politica perché troppo impegnato nell’accumulamento del PIL alternativo a quello ufficiale, la malavita organizzata che non cambia mai nome ma che si adegua meglio di chiunque altro alle situazioni, prospera sulla pelle di un popolo ormai annichilito e incapace di reagire.

E’ quasi ultimata la ridiscesa sulla Terra, addio rigenerante serenità dello spazio siderale.

 

 

 

 

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