L’impiego dei capitali ‘islamici' in Egitto

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Beirut – Middle East Online – sintesi della ricerca di Haytham Mouzahem ‘I mezzi di finanziamento degli islamisti: dai Fratelli Musulmani all’ISIS’, all’interno del libro mensile n. 101 (maggio 2015) ‘Gli islamisti e la profondità sociale nel mondo arabo e in Turchia’ pubblicato dal centro Al-Mesbar Study and Research Centre di Dubai.

 

Il traffico imperfetto sotto la proibizione dell’usura

Dagli anni ’70 del XX secolo, l’Egitto ha assistito al fenomeno della comparsa di società di investimento di capitali che sostenevano di fondarsi sul principio della mudaraba islamica (un contratto in cui una parte, solitamente una banca, conferisce il capitale all’altra parte, solitamente un’impresa, che lo impiega per un dato investimento o progetto; la banca partecipa ai profitti e sostiene le perdite, l’imprenditore partecipa solo ai profitti, ma non ha diritto ad alcuna remunerazione per il proprio lavoro, per cui l’unica perdita da lui sostenuta riguarda lo sforzo lavorativo, N.d.T.) e non su un qualche rapporto di usura come le banche, il che ha portato molti egiziani a investire i loro risparmi e il loro denaro in queste società, le quali che hanno approfittato delle disposizioni di apertura economica e incoraggiamento dei prestiti del 1974, con tutti i fenomeni negativi collegati alla cattiva gestione e alla corruzione che ne seguirono. Coloro che hanno investito in queste società sono stati spinti da due motivi, il primo dei quali è giuridico-religioso: alcuni giuristi e alcuni imam delle moschee hanno dichiarato illeciti i profitti provenienti dall’usura praticata dalle banche e hanno incoraggiato a investire nelle società islamiche.

 

Motivi del fenomeno

  1. I religiosi beneficiari che si sono assunti la responsabilità di una serie di fatwa (responsi giuridici basati su quanto disposto dalla legge islamica dati da un esperto di legge coranica su una fattispecie giuridica, d.T.) che hanno vietato il deposito di denaro nelle banche usuraie e incoraggiato quello presso le società di investimenti di capitali islamiche.
  2. La disonestà e la corruzione di molti responsabili e dei media che al tempo hanno contribuito alla diffusione e all’espansione di queste società e hanno avuto un ruolo nel difenderle dagli oppositori: vigeva infatti una certa tolleranza delle attività di quelle società, tanto che il primo movimento legale contro di esse è nato solo nel 1985, seguito poi da altri nel 1986 e nel 1988.
  3. Il traffico della valuta forte ostacolato legalmente per guadagnare profitti, attraverso il quale queste società hanno controllato le esigenze specifiche del mercato e delle banche relative alla valuta forte.
  4. La debolezza degli interessi bancari a fronte dell’aumento dell’inflazione e dei profitti delle società di investimento di capitali.

Tra le società di maggior rilievo che sono diventate famose per gli investimenti di denaro tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 del XX secolo ricordiamo le società al-Sharif, al-Rayyan, al-Sa‘d e al-Hudà. Queste società hanno attratto la maggior parte dei risparmi e dei capitali medi e piccoli, ma hanno sperperato i capitali depositati con estrema rapidità, o per compensare le perdite delle mudaraba estere, derivanti dalla mancata competenza in merito ai fondamenti dell’industria e del commercio, o come risultato dello spreco di denaro da parte dei proprietari di queste società, che hanno convertito in beni di lusso i capitali dei depositanti. Per esempio, la società al-Rayyan ha perso 200 milioni di dollari nelle mudaraba dell’argento nella Borsa di Londra. Il consulente Jabir Rehan, procuratore generale socialista, ha descritto le società di investimento di capitali come espressione di un’enorme truffa.

Nel settembre del 1989 fu aperto un file della società al-Rayyan. Il governo scoprì che i capitali depositati si erano trasformati in un miraggio dopo che al-Rayyan si era avventurata con i suoi capitali nelle borse mondiali e aveva trasferito negli Stati Uniti e nelle banche estere gran parte di essi, per un totale, secondo le cifre rivelate ufficialmente e scoperte dal procuratore generale socialista, di 3 miliardi e 280 milioni di sterline. E responsabili, religiosi e professionisti dell’informazione avevano contribuito al trafugamento di questi capitali in cambio di raggiungere quelle che allora erano chiamate kushuf al-baraka (liste private di nomi di funzionari egiziani anziani inseriti da al-Rayyan nel consiglio di amministrazione in cambio di ingenti somme di denaro, N.d.T.), a patto che facilitassero e salvaguardassero gli interessi delle società di investimento di capitali nelle istituzioni governative. Dei capitali di queste società di investimento non rimase che il 15%, mentre il governo egiziano si sobbarcò il restante 85% per rimborsare gli investitori dopo la chiusura del file nel 2006.

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