Politici: l'importante è non tenersi tutto lo stipendio

Pagina 1 di 2

Oltre a giornalisti e opinionisti, i principali accusatori di quella che è stata definita in un libro la ‘casta’, ovvero una classe politica, sia essa di Governo che di opposizione, corrotta, incapace e, oltre tutto, pagata molto, molto bene, sono stati i militanti e i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Tanto da decidere, per differenziarsi dagli altri, di devolvere una parte importante del loro stipendio in un fondo a uso e consumo delle piccole e medie imprese.

A sinistra molti, però, ricordano che una volta, anche centinaia di parlamentari sceglievano di dare una parte consistente dei loro emolumenti al partito, il quale risultava così finanziato in modo limpido e democratico. Era un modo come un altro per sottolineare che, malgrado il seggio in Parlamento, si era prima di tutto dei militanti di partito. E ancora oggi SEL (Sinistra ecologia e libertà) a Montecitorio e a Palazzo Madama e Rifondazione Comunista a Strasburgo adottano questa metodologia, mentre saremmo sorpresi di apprendere che anche il PD (Partito Democratico), mutuando la vecchia tradizione comunista, continui a farlo.

Abbiamo chiesto ad Alfonso Gianni, già parlamentare del PDUP (Partito Di Unità Proletaria), del PCI (Partito Comunista Italiano) e di Rifondazione Comunista, oltre che Sottosegretario allo Sviluppo Economico nel Governo Prodi dal 2006 al 2008, di raccontarci innanzitutto come funzionava questo meccanismo di finanziamento dei partiti di sinistra da parte dei propri deputati.

 

Che accordo avevate trovato con il vostro partito di appartenenza?
Riguardo la questione stipendi dei parlamentari è sempre successo che a sinistra, o quanto meno nella sinistra in cui ho militato io, la maggior parte di quello che si percepiva veniva devoluto al partito. Quando, molto giovane, entrai in Parlamento nel 1979, facevo parte di un piccolo gruppo che era quello del PDUP, con Lucio Magri, Luciana Castellina, Eliseo Milani, Luca Cafiero e Famiano Crucianelli. Quello che io mi ricordo di allora è che noi ci tenevamo un milione e mezzo di lire, che significava che circa due terzi dello stipendio che ci entrava in tasca veniva dato al partito. Un po’ meno come indipendente di sinistra nella successiva legislatura quando entrai a far parte del gruppo parlamentare del PCI; un po’ più della metà – non ricordo esattamente la cifra – invece quando, tra il 2001 e il 2006, feci la mia terza legislatura come deputato di Rifondazione Comunista.

Alfonso Gianni