Riforma del Senato: i numeri sono un’opinione

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Chissà se davvero vale il detto attribuito ad Albert Einstein: «Se vuoi capire una persona, non ascoltare le sue parole, osserva il suo comportamento»; perché è ben vero che tutto è possibile, quando c’entra la politica. «Le riforme andranno avanti. L’Italia ha svoltato non c’è spazio per tornare indietro», garantisce il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che sembra fare il verso a Maurizio Crozza quando fa il verso a Renzi che declama «ma non vedi che tutto è magnifico, faccio un selfie al mio ego ipertrofico…».

«Sono molto tranquilla, anche stavolta ci saranno i numeri», dice la madonnina di Laterina, quella Maria Elena Boschi col suo sorriso che val più di una minaccia.
Si parla, naturalmente, della riforma del Senato, incagliata sull’articolo 2, quello che prevede che i membri del nuovo Senato non siano più eletti direttamente, ma scelti tra i Consiglieri regionali e i Sindaci, dalle assemblee regionali. Al momento è un fronte trasversale a chiedere che i futuri senatori siano eletti direttamente dai cittadini. Se si deve stare ai numeri, sulla carta per l’elezione diciamo così ‘indiretta’, sono 149: 84 del PD, 18 del gruppo ‘per le autonomie’; 30 di Area popolare; nove di Alleanza liberal popolare; tre che fanno capo a Gal; cinque del gruppo misto. Quelli che sono per il Senato elettivo risultano essere 171: 28 della minoranza PD, cinque di Area popolare; uno del gruppo Per le Autonomie; otto di Gal; uno di Alleanza Liberal-popolare; 45 di Forza Italia; 36 del Movimento 5 Stelle; 12 della Lega; 10 conservatori e riformisti; 25 del gruppo misto. Se, dunque, si resta 149 a 171, e se si va alla conta, non c’è partita: Renzi va sotto; prende la via del Quirinale e riferisce; Sergio Mattarella ascolta, riflette, pensa; rinvia Renzi alle Camere, o al più affida a un super-super-partes l’incarico di rappattumare la maggioranza (elezioni anticipate Mattarella ha già detto di non gradirle); il PD si dilania, Silvio Berlusconi si sfrega le mani; ancor più Matteo Salvini della Lega; più di loro Beppe Grillo e i suoi pentastellini; e la quota di delusi-sconfortati-che-manda-tutti-e-tutto a farsi benedire, sale ancora. Questo è un primo scenario.

Qui, però, dobbiamo fare i conti con il ‘tutto è possibile’ della politica. Non è detto che all’ultimo minuto i 28 senatori del PD dissidenti non rientrino all’ovile. Così fosse, i 149 diverrebbero 177; e i 171 scenderebbero a 153. Ci prova il vice Presidente del gruppo PD al Senato, Giorgio Tonini, a offrire il ramoscello d’ulivo: «Si può fare un intervento chirurgico». Neanche a parlare, replica a stretto giro di posta il vice Segretario del partito Lorenzo Guerini: «Si rischierebbe di farci partire da zero, sarebbe un errore». Un ukase, quello di Guerrini, senza essersi prima consultato con Renzi? Ma neanche se lo stesso Renzi lo dice, bisogna crederlo. Dunque il delicato stop and go prevede, appunto, che ci sia chi fa la parte del ‘buono’ in parallelo con chi recita il ruolo del ‘cattivo’. Così anche nell’altro campo: il fedelissimo di Pierluigi Bersani, Miguel Gotor parla di una disponibilità «anche alla microchirurgia» (traduzione: fate la mossa, consentiteci di salvare la faccia); e fa intendere che così «si salva l’unità del partito, che sarà importante per vincere le elezioni; si supera l’ostruzionismo di Calderoli della Lega, si compatta la maggioranza, si dice fine al trasformismo con Denis Verdini e i verdiniani…». In parallelo Massimo D’Alema agita la clava: «Il partito sta deperendo. Una volta c’era un compagno che diceva che se il partito dice che il bianco è nero, allora è nero. Ora c’è Lotti»; e annuncia che se la minoranza del PD darà battaglia dentro il partito, lui non farà mancare il suo contributo; ma se la minoranza deciderà di uscire dal PD e creare un’altra formazione, lui li seguirà.

Angelino Alfano