Marino, la tragedia di un uomo ridicolo

Pagina 1 di 2

La tragedia di uomo ridicolo. Così si è infine consumata l’epopea del Sindaco della Capitale dello Strapaese delle meraviglie, di quello strapaese divenuto straordinariamente emblematico simbolo, mostrando meraviglie inimmaginabili.

Ché Ignazio Marino, Sindaco-marziano piombato dalla sua personale Onestopoli alla capitale corrotta di una nazione infetta, da un lato ha rappresentato una barriera verso il crimine dei Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, ed ancor più verso quello dei tanti, quasi tutti, i politici di lungo corso di entrambe, o tutte, le parti, che non a caso lo hanno da subito massacrato ed ora brindano a spumante e mortadella (bis) se non nelle Aule del Senato o dell’Assemblea Capitolina, nei propri appartamenti e nelle proprie conventicole.

Eppure chi da questo male è stato usbergo, e gli va in pieno riconosciuto, è crollato sulle ridicole cose, e questioni, che sappiamo. Ripetendo lo schema, tutto da provare, ma nei fatti emergenti da considerare abbondantemente provato, che lo portò ad una non esaltante figura con i propri datori di lavoro statunitensi. Insomma la cosa più ridicola dell’uomo ridicolo è l’aver buttato a mare la chance che il destino, la sua volontà e quella dei romani gli avevano dato. Avevano dato a Roma. Heautontimorumenos. Punitore di se stesso.

E adesso, come l’Ugo Tognazzi protagonista dell’omonimo film di Bernardo Bertolucci, la tragedia dell’uomo ridicolo si trasforma in farsa, inverando l’analisi di Marx, e quindi marxiana o, se vogliamo, marziana. Così a Marino, riottoso Sindaco uscente, resta il gran rimpianto di ciò che poteva essere e non è stato, di ciò che non doveva essere ed è, ahinoi, stato. Su il Fatto Quotidiano, Selvaggia Lucarelli ne ha tratteggiato irresistibile ritratto. “Gli hanno detto ladro, bugiardo, incapace, debole, ridicolo, inadeguato e cazzaro, ora è andata a finire che Ignazio Marino è anche uno stalker”. E del Papa, perdipiù… Riferendosi al presunto, assiduo tallonamento del Pontefice rivelato da Dagospia, che, appunto, parla di ‘corteggiamento’ vicino alle molestie, vera causa dell’esasperazione bergogliana manifestatasi sul volo di ritorno dagli Stati Uniti. Vero o falso quanto ‘rivelato’ dal sito di Roberto d’Agostino? Del caso falso più vero del vero.

E qui si chiude, strascichi ed autocandidature comunque comprese, un capitolo. Per aprirsene un altro. Con Matteo Renzi furibondo (giustamente) per l’esito romano, e terrorizzato (ancor più giustamente) per il possibile esito del voto romano. Re Matteo rischia di vedersi sottratta la corona appena napoleonicamente autoimpostasi per una buccia, vabbè un buccione, di banana. Il Partito Democratico, a pezzi, no scusate, dissolto, dovrà fronteggiare una sfida che a livello locale, della Capitale, lo vede a mani nude contro affilate zanne, quelle del Movimento Cinque Stelle e del suo frontman romano, Alessandro Di Battista, ma non solo.

La tragedia di un uomo ridicolo rischia (solo rischia?) di diventare emblematicamente la tragedia di un Paese ridicolo. Anzi. La tragedia di uno strapaese ridicolo.

Renzi