Palestina: la fragile pace delle carte

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Quando si schiaccia lo stesso tasto per decenni ottenendo sempre il medesimo sconfortante risultato, forse bisognerebbe avere l’accortezza di fermarsi e modificare la sceneggiatura. Tuttavia, se nel frattempo l’odio sarà stato consegnato, come un testimone da tenere vivo per l’eternità, alle generazioni successive, la gamma delle soluzioni si ridurrà sino a diventare una fiammella in balia di venti impetuosi.

Episodi come l’incendio appiccato alla tomba di Giuseppe a Nablus, in Cisgiordania, militarmente occupata da Israele oramai da una cinquantina d’anni, dicono quanto profondo sia il vallo che separa palestinesi e israeliani. Anche qui, come in parte degli episodi di violenza in corso dai primi giorni di ottobre a Gerusalemme, i protagonisti sono giovani e giovanissimi palestinesi. Segno che il testimone dell’odio di cui si diceva, trasmigra con facilità da una generazione a quella successiva, in modonaturale’, il processo è avviato, può adesso prescindere dai contributi degli adulti di entrambi gli schieramenti. Il veleno pedagogico della violenza opera oramai per conto suo, senza risparmiare che pochi volonterosi.

Eppure, per spiegare i sentimenti dei giovani palestinesi, che stanno giocandosi vita e futuro, puntandoli su una sfida cui non riescono a sottrarsi, servono -strano a dirsi- le parole di un ebreo, per l’esattezza quelle di Marek Halter.
Alcuni anni orsono, in un libro autobiografico, raccontava un episodio che spiega molto, senza volerlo, senza farlo apposta. Un breve episodio d’infanzia con un acuto commento finale, ci rende edotti sul rischio che un individuo è disposto a correre per mantenere vivo il sentimento della propria identità. Eppure solo in pochi sono propensi a riconoscere e giustificare il medesimo desiderio nella parte avversa, scartando, così, l’unica strada attraverso cui è possibile trafficare un processo di pace autentico, lontano dalle furbate dalla politica, dalla radicalità dei nazionalismi, dai fondamentalismi religiosi, dall’eccesso di soggettività che oscura l’altro e lo fa sentire un topo, come ricorda un altro intellettuale ebreo, Art Spiegelman, nel celebre racconto a fumetti ‘Maus’.

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