Le ricadute economiche nella guerra al terrorismo

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La guerra al terrorismo, termine convenzionalmente creato dagli Stati Uniti, dovrebbe ricordare ai cittadini che osservano o seguono sui media, che oltre ad essere un atto di violenza volto alla distruzione di un nemico che ci odia, serve anche alla ridefinizione di nuovi equilibri, passare da uno status ad un altro, essere funzionale alla predominanza di nuovi attori e alla limitazioni di altri.

Come è noto nella guerra contro l’Isis si stanno misurando una diversità di attori sia regionali che globali e non a caso nella Regione più strategica del globo, il Medioriente. Gli attori che si confrontano sono primariamente: Russia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Stati Uniti, Europa, Israele e Turchia. Il Medioriente è la Regione strategica per eccellenza perché oltre ad essere la ‘terra di mezzo‘ che collega est e ovest è anche la Regione globale dove si possono trovare un’immensità di risorse energetiche.

Ecco quindi che ogni singola azione all’interno di questo quadro può provocare delle ripercussioni globali enormi, ma è pur sempre un pezzo di un mosaico assai più grande e complicato.

Dentro questa situazione si inquadra alla perfezione quello che è successo al confine tra Siria e Turchia il 24 novembre, ossia l’abbattimento di un caccia russo da parte di un aereo militare turco.
La giustificazione turca è stata che il caccia russo sarebbe entrato nello spazio aereo turco senza permesso, mentre il Cremlino ha replicato che l’azione turca è dovuta alla protezione dei suoi traffici petroliferi sottobanco con il Califfato nero, chiedendo subito le scuse per l’accaduto. Immediate sono state le reazioni anche degli Stati Uniti (la Turchia è membro della Nato) smentendo le dichiarazioni Russe.

Sulla scia di queste dichiarazioni sono venute fuori alcune informazioni che all’apparenza possono sembrare sconcertanti, ossia che la Turchia abbia un canale segreto e privilegiato con l’Isis per il commercio del petrolio dai territori siriani, in particolare dai pozzi di Deir ez-Zor, per poi attraverso una società di import-export (Bmz Limited) rivendere il ‘petrolio nero’ in estremo oriente, precisamente in Giappone. Che sia coinvolto il Governo turco in questo traffico segreto di petrolio è confermato dal fatto che la Bmz Limited è di proprietà di Bilal Erdogan, ossia il terzo genito del Presidente Turco, il quale per uno strano scherzo del destino al momento si trova in Italia. Sembra che il prezzo di un barile di questo tipo di petrolio si aggiri attorno ai 20-25 dollari al barile e dalla Turchia al Giappone la strada è lunga, non è detto che altri attori possano guardare con interesse questo transito.

Due considerazioni doverose in relazione a quanto emerso. La prima è la conferma che la Turchia non è quel Sultanato illuminato che doveva guidare i Paesi a guida islamica emersi con la Primavera Araba (Egitto, Tunisia), ma sta gestendo la propria economia come Ben Ali e Mubarak, ossia attraverso un cerchio oligarchico costituito esclusivamente da parenti. Il Ministro alle risorse energetiche è il cognato di Erdogan.

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