Ondata di violenza in Israele: le opinioni interne

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All’inizio di ottobre è cominciata una nuova ondata di violenza a Gerusalemme. È cominciata quella che è stata presto battezzata ‘intifada dei coltelli’. Non vogliamo, qui, ripercorrere la sequenza di incidenti né contare le vittime. Vogliamo, piuttosto, immergerci nei commentari prodotti allinterno di Israele. Due, in particolare, hanno attirato la nostra attenzione, e sono due analisi che, pur partendo da prospettive diverse, trasmettono lo stesso, allarmante messaggio.

Il primo è un discorso di DanielDannySeidemann, riportato da Max Fischer su ‘Vox’, pronunciato il 6 ottobre alla ‘Foundation for Middle East Peace‘, Washington DC. Seidemann è considerato un esperto di Gerusalemme, è avvocato e direttore esecutivo della ONG israeliana ‘Terrestrial Jerusalem‘.

Il secondo è un articolo di David Shulman pubblicato il 4 novembre su ‘The New York Review of Books’. Shulman è professore alla Hebrew University di Gerusalemme, attivista e fondatore di Ta’ayush, un movimento Arabo-Israeliano per la non-violenza.

 

SEIDEMANN: REQUIEM PER LA SOLUZIONE DEI DUE STATI

Danny SeidemannIl fulcro dell’argomentazione di Seidemann è lo stato di agonia della soluzione dei due Stati.

Seidemann comincia dicendo che Gerusalemme, nonostante la ciclicità delle violenze, è una città più stabile di quanto non si pensi. Ma aggiunge che questa nuova tornata di violenze è diversa da quelle che la hanno preceduta. «Da luglio dello scorso anno, ci troviamo nella morsa di un sollevamento popolare a Gerusalemme Est, diffuso quanto non lo era più stato dal 1967La chiusura della Città Vecchia ai Palestinesi è senza precedenti. Non succedeva dal 1967. Credo di conoscere Gerusalemme molto bene. Credo di conoscere bene le politiche del mio Governo. Non sono mai sorpreso. Sono così prevedibili. Ma sono sorpreso adesso, perché mai nei miei incubi peggiori potevo pensare che avremmo detto off limits ai Palestinesi –e l’abbiamo fatto- o che avremmo trasformato i quartieri palestinesi in enclave fisiche». Eppure, sostiene Seidemann, nessun rappresentante politico si chiede perché Gerusalemme sia in fiamme.

Benjamin Netanyahu