Le due Europe si misurano sulla crisi dei profughi

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La questione dei profughi è da mesi ormai all’ordine del giorno della politica europea, l’Unione ha organizzato sul tema un vertice dopo l’altro, si sono tenuti innumerevoli incontri bilaterali fra i responsabili dei vari stati membri ma l’impressione in questa seconda metà di dicembre è che le posizioni continuino a divaricarsi sempre più fra i gruppi di stati che sostengono due approcci completamente diversi al problema. Invece di avviarsi a un compromesso sembra si preparino piuttosto ad un aggravarsi dello scontro.

Così l’odierno vertice europeo è stato preceduto da una riunione dei ‘volonterosi’ (Germania, Austria, Svezia, Benelux) e da una dei ‘dissidenti’ (i quattro di Visegrád: Ungheria, Slovacchia, Polonia, Cechia più, come osservatore con obiettivi suoi particolari, Gran Bretagna). I due gruppi sono tutt’altro che coesi, le differenze al loro interno sono notevoli ma li tiene insieme il profondo dissidio dal gruppo avversario. Il cancelliere austriaco Werner Faymann, ad esempio, ha annunciato ieri che chi versa nelle casse dell’Unione più di quanto riceve, come l’Austria, dovrebbe chiedere tagli ai fondi per quei Paesi che ‘approfittano dell’Unione’ quando a loro conviene e poi vengono meno al loro dovere di solidarietà, opponendosi all’assegnazione di quote obbligatorie di profughiPoiché Vienna da qualche tempo sulla questione dei profughi si è assegnata un ruolo abbastanza subordinato alla Germania, queste dichiarazioni del Cancelliere austriaco altro non sono se non l’eco di analoghe dichiarazioni risuonate al recente dibattito al Bundestag durante il quale molti deputati, specie socialdemocratici, hanno chiesto alla Merkel precisamente quello che ora Faymann intende fare. Per loro non è europeo chi nega accoglienza e solidarietà ai profughi. Ma anche il gruppo di Visegrád nega la patente di europeo a chi non si interroga sulle conseguenze dell’arrivo, in poco tempo, di centinaia di migliaia di musulmani in Europa (molti de quali entrano senza neppure dichiarare la loro identità).

Insomma lo scontro non è tanto su quali competenze l’Unione europea debba avere o restituire ai Paesi membri quanto su cosa debba intendersi per europeo. Questo è emerso chiaramente al congresso della Fidesz, il partito che detiene la maggioranza assoluta al Parlamento ungherese, svoltosi questa settimana a Budapest. Qui Orban in un discorso durato circa un’ora, ha tra l’altro riassunto i motivi per cui è contrario alla politica sull’immigrazione della Merkel e ha chiarito che essi vanno ben oltre questo tema specifico. Premesso che l’ondata di profughi verso l’Europa sarebbe stata molto minore se «alcuni dirigenti europei non avessero continuamente mandato inviti», Orbán ha sostenuto che l’Unione Europea non ha attualmente «né il coraggio di decidere né la forza di agire» di fronte al prevedibile arrivo di altri ‘milioni’ di profughi appena le condizioni climatiche saranno più miti, incoraggiato da una «bizzarra coalizione fra contrabbandieri di uomini, burocrati europei e attivisti per i diritti umani».

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