Sangue infetto e l'odissea dei risarcimenti

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Guelfo Marcucci muore il 13 dicembre scorso a 87 anni. E’ il fondatore dell’omonima industria farmaceutica, accusato insieme a Duilio Poggiolini, ex direttore generale del Ministero della Salute, di omicidio colposo plurimo. Perché? Tra gli anni 80 e 90 in Italia migliaia di persone sono state contagiate da trasfusioni di sangue e vaccinazioni infette: si parla di almeno 80mila pazienti che hanno contratto il virus dell’Hiv, dell’epatite B e C a seguito di sangue e prodotti farmaceutici non controllati, utilizzati negli ospedali. E di queste già 4500 sono morte. Una strage che poteva essere evitata con i controlli del caso (previsti).

Ma se è pur vero che rispetto a 20 anni fa tutto è cambiato, con controlli più serrati e rigidi protocolli previsti dalle strutture ospedaliere per le emotrasfusioni, ancora oggi si registrano casi di contagio da sangue infetto. Parliamo di numeri nettamente inferiori, ma purtroppo i casi sono presenti, come racconta il professor Claudio Puoti, Direttore di Medicina Interna ed Epato-Gastroenterologia dell’ospedale di Frascati, in una intervista pubblicata recentemente da ‘Responsabile Civile’: «Il problema delle trasfusioni è collegato ai problemi di virus, che sono veicolati dalle trasfusioni. Bisogna considerare che l’uso delle trasfusioni è iniziato con la Seconda Guerra Mondiale e ancor più si sono diffuse con la Guerra di Corea. Oggi la pratica ormai è giornaliera. Ogni donatore deve essere controllato rigidamente per i livelli di transaminasi, con dati che se sono alterati segnalano la presenza di un problema epatico, per epatite B e C. Per fortuna oggi il dramma delle epatiti, ma anche dell’HIV, non è più tale, con casi che sono nettamente diminuiti. Però, ancora oggi, non è raro sentire di casi di epatiti post trasfusionali. E ciò è un non-sense, perché oggi i metodi di selezione dei laboratori azzera questi casi. Come possiamo spiegarli? Un caso è l’alterata sensibilità dei test usati nei centri trasfusionali, ovvero il cosiddetto periodo finestra, quello in cui i virus sono già nel sangue e replicano a bassissimo titolo ma non c’è ancora una produzione anticorpale. Ma da quando è stata scoperta l’epatite C il caso di epatiti post trasfusionali sono esigui. Cosa fare in questi casi: implementare ed esaltare il controllo dei donatori. Vengono fatte in questi casi anamnesi, vengono esclusi soggetti con rapporti a rischio, soggetti che hanno storie di tossicodipendenza, oppure coloro che hanno effettuato tatuaggi in ambienti non controllati».

Altro errore possibile è lo scambio di sangue non compatibile: «Questo è un errore gravissimo che non dovrebbe mai accadere, perché in tutti gli ospedali e case di cura dovrebbero esistere rigidi protocolli per cui non si deve dare sangue incompatibile. Questi protocolli prevedono una catena di controllo, una gerarchia che coinvolge tutti, dal medico di guardia agli infermieri, ma non solo, visto che ci sono anche i centri trasfusionali. Nelle provette che arrivano ci sono chiaramente evidenziati i gruppi sanguigni dei donatori. Quindi basterebbe un minimo di attenzione, eppure ancora accadono casi simili. Il corpo del paziente, a contatto con un sangue incompatibile, reagisce a questa immissione, con la conseguente emolisi e produzione di una enorme quantità di emoglobina e le conseguenze sono: choc immediato che in molti casi è mortale, oltre ad insufficienza renale acuta che può essere reversibile ma anche irreversibile. Per questo un paziente può essere così trasformato in un malato con insufficienza renale cronica per tutta la vita».

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