Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale.

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A livello politico interno, lo sviluppo del dialogo tra attori libici avviato a Tunisi con la ‘dichiarazione di principi’ del 5 dicembre scorso è stata recepita come l’unica concreta alternativa al fallimento della soluzione proposta dalle Nazioni Unite (in breve: Governo di unità internazionale e impegno internazionale per la stabilizzazione del paese) e che potrebbe effettivamente portare a un’azione comune in sostegno del GNC, il General National Congress guidato dal Premier designato Fayez al Sarraj, e delle milizie che lo riconoscono sebbene, a oggi, non vi sia una componente militare libica in grado di garantire al GNC la capacità di esercitare alcun potere.

Per queste ragioni – sebbene più per tutelare gli interessi nazionali dei singoli – sul piano politico internazionale si lavora affinchè le fazioni libiche trovino un accordo che dia sostegno a un Governo di unità nazionale mediato dall’ONU, così da poter garantire un’unità di sforzi nel contrasto a un IS/Daesh sempre più aggressivo e capace. Un accordo che, ad oggi, non ha trovato ampio consenso tra le fazioni che si confrontano sul campo di battaglia, e questo perché la ragione del disaccordo è di natura esterna più che interna; l’Egitto e la Turchia, in primis, rivestono il ruolo di sponsor dell’una (Tobruk per l’Egitto) e dell’altra parte (Tripoli per la Turchia).

E l’assenza di un accordo tra il Cairo e Ankara è stata a lungo la ragione del fallimento dei tentativi di dialogo tra le parti; è chiaro, dunque, che le questioni libiche si collocano all’interno di quelle più ampie conflittualità regionali – dal Syraq all’Afghanistan – che imporranno, come stanno imponendo, la ridefinizione dei confini di ampie aree all’interno del vicino e medio oriente e del nord Africa; un processo che vede imporsi sempre più il ruolo di un IS/Daesh che è riuscito a porre sotto il proprio controllo la città di Sirte, a minacciare la capitale Tripoli, a gestire parte dei flussi migratori e a colpire le infrastrutture petrolifere.

In questo quadro, l’Italia, con il suo ambizioso Presidente del Consiglio Matteo Renzi – benché con limiti in termini di visione strategica ed efficacia d’azione -, da tempo si propone come Paese guida per un’iniziativa internazionale che preveda, a fronte di una transizione politica mediata, l’uso della forza (‘missione di pace’ è la definizione adottata a favore dell’opinione pubblica); il che equivale a dire truppe sul terreno, ma in quali termini e misure ancora non è stato reso noto, né quale sia il fine ultimo della missione (end-state), né tantomeno la sua durata: ma mancando tali elementi, qualunque impegno non solo non avrebbe senso, ma sarebbe addirittura disastroso.

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