La fine della ricerca climatica australiana?

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SydneyE’ ancora tempo di tagli per la ricerca pubblica australiana, il cui ramo della ricerca ambientale e climatica ha subìto un’ulteriore riduzione di fondi, dopo quella già avvenuta con il precedente Governo conservatore di Tony Abbott. Come già accaduto nel 2013, scienziati, intellettuali e membri della società civile si chiedono in che modo i nuovi tagli intaccheranno la reputazione della ricerca pubblica australiana, una delle più apprezzate al mondo.

Così come l’istruzione universitaria, anche la ricerca australiana è nota per gli alti livelli di efficienza e per i molti risultati raggiunti. Tra questi, i più noti sono: la penicillina, la fecondazione assistita, gli ultrasuoni, la tecnologia Wi-Fi, l’occhio bionico, l’orecchio bionico, il vaccino contro il cancro della cervice e la scatola nera.

La principale organizzazione di ricerca del Paese è la Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO), organizzazione del Commonwealth per la Ricerca Scientifica ed Industriale, fondata nel 1916 e assimilabile al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) italiano. La CSIRO, grazie a più di 5.000 ricercatori e attraverso molteplici collaborazioni internazionali, opera con successo nei campi di medicina, astronomia, informatica, biologia, geologia, energia, ambiente, ingegneria e creazione di nuovi materiali. Industria, ingegneria e sanità, in particolare, sono da sempre i settori di spicco della ricerca australiana.

Ma oggi l’economia, a differenza del passato, non aiuta a trovare fondi per la ricerca pubblica. L’economia australiana ha infatti vissuto circa 15 anni di espansione senza precedenti, in parte dovuta alla generale crescita economica mondiale, in parte grazie al cosiddetto ‘boom minerario’, condizione che ha permesso all’Australia di arricchirsi enormemente vendendo minerali ai colossi asiatici, agganciando così la propria crescita economica alla loro. La situazione attuale è però ben diversa: la crescita mondiale continua a rallentare –le ultime stime sono state abbassate al 3% per il 2016– e il boom minerario, concatenato alla crescita cinese, si è sgonfiato. Questo scenario, in concomitanza con la presenza del Partito Liberale (conservatore, in Australia) al potere, ha comportato una serie ripetuta di tagli a ricerca e sanità.

Poche settimane fa sono stati infatti annunciati 350 licenziamenti da effettuarsi all’interno della CSIRO, mentre, pochi giorni fa, sono arrivati maggiori dettagli. Il settore più colpito sarà quello della ricerca marittima e climatica (Oceans and Atmosphere), il quale perderà circa l’80% dei propri ricercatori, ovvero 110 su 140. In un’email del Dr. Larry Marshall, direttore esecutivo della CSIRO, quest’ultimo spiegava che «Dal momento che il cambiamento climatico è già stato accertato, ulteriori studi in questo settore avranno una priorità ridotta. La CSIRO ha svolto un’attività pioneristica nell’ambito del cambiamento climatico, paragonabile a quella che ci ha permesso di salvare l’industria della lana e del cotone del nostro Paese, ma non possiamo adagiarci sugli allori, dal momento che questo è un atteggiamento che porta alle mediocrità. I nostri modelli climatici sono tra i migliori al mondo e le nostre misurazioni hanno supportato tali modelli e provato l’esistenza del cambiamento climatico globale. La domanda ha avuto risposta, ma ora la nuova domanda è: cosa vogliamo fare a tal proposito? Come troveremo soluzioni per vivere con il clima che abbiamo oggi?».

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